Con un colpo di spugna la Russia di Putin ha tradito la memoria di milioni di vittime dei gulag. Memorial chiuderà. La Corte Suprema russa si è espressa una volta per tutte sul destino della più antica associazione per la difesa dei diritti umani del paese. Già inclusa nel registro degli agenti stranieri, era finita nuovamente nell’occhio del ciclone lo scorso 8 novembre. In quell’occasione l’Ufficio del Procuratore generale ne aveva chiesto la liquidazione perché, secondo lui, i difensori dei diritti umani dal 2013 al 2016 sarebbero stati impegnati in attività politiche che avrebbero violato sistematicamente i requisiti sulla marcatura dei materiali emessi da un agente straniero. Il 28 dicembre è stata emessa dalla Corte Suprema russa. Nell’annunciare la decisione, il giudice Alla Nazarova ha dato ragione al Procuratore generale. L’associazione è accusata di creare un’immagine ingannevole dell’Unione Sovietica come “Stato terrorista”, speculando sul tema delle repressioni e di essere coinvolto nella riabilitazione dei “traditori della madrepatria” ha dichiarato il portavoce del pubblico ministero, Alekseij Zhafjarov.
Memorial, fondata dal premio Nobel per la Pace Andrei Sakharov e da altri dissidenti sovietici, ha lavorato senza sosta per documentare le atrocità e la repressione politica a partire dall’era di Stalin. Senza dubbio una presenza scomoda nella Russia di Putin. Non solo perché ha contribuito a ripristinare la verità storica sui crimini dei regimi totalitari contro l’umanità, sui metodi di governo illegali e terroristici attraverso banche dati e archivi. Oggi continua a rappresentare un ostacolo perché fa luce sulle ingiustizie, sempre più frequenti, o la violazione dei diritti umani.
Parte dell’orgoglio russo si fonda sulla propria storia, il passato glorioso di quando erano una grande Unione Sovietica. Attraverso la sua attività, Memorial è entrata in conflitto con questa visione. È per questo che il procuratore russo ha descritto l’organizzazione come un’arma geopolitica usata dai governi stranieri per privare i russi moderni di essere orgogliosi dei risultati dell’Unione Sovietica. Riporta a galla una vecchia ma costante sensazione familiare al Cremlino: la paura che gli alleati occidentali possano attaccare da un momento all’altro e quindi isolarsi e eliminare quelli che, secondo alcuni, sono nemici in casa propria.
Questo articolo è originariamente apparso su L’HuffPost ed è stato aggiornato.