Lavoratori attenzione: sparlare dei propri capi su WhatsApp non è motivo di sanzione disciplinare. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione respingendo la richiesta di una società di vigilanza privata in relazione al comportamento di un dipendente. Il caso è quello di un comandante delle guardie giurate di Udine che aveva criticato pesantemente i manager della società presso la quale lavorava durante una chat con una ex collega. La società ha deciso di “punirlo”, ma i giudici di Roma hanno dato ragione all’impiegato.
LEGGI ANCHE: Quando non si rischia il posto a parlare male del capo su Whatsapp
GUARDA ANCHE IL VIDEO: WhatsApp, come creare cartelle di contatti
La Suprema Corte ha, infatti, deciso che parlare male, anche con giudizi pesanti e “lesivi” del presidente e degli amministratori delegati della società per cui si lavora, “non è una condotta in sé idonea a violare i doveri di correttezza e buona fede”. Sempre secondo la Corte, il dipendente che esprime valutazioni negative e “dal contenuto discutibile” sul gotha aziendale non incorre in sanzioni disciplinari. Tantomeno può rischiare di perdere il posto di lavoro.
LEGGI ANCHE: Bambino autistico offeso dalle maestre in un gruppo di WhatsApp
GUARDA ANCHE IL VIDEO: WhatsApp, il trucco per registrare una telefonata
Via libera, quindi, alle critiche. Ma attenzione: i capi possono ascoltarvi. Nel caso di Udine, per esempio, le tracce delle lamentele e dei giudizi al vetriolo del comandante erano rimaste su un pc in ufficio. La chat incriminata è stata, quindi, scoperta. da qui la richiesta di provvedimenti per aver “criticato e denigrato” i responsabili della società. Il comandante aveva anche ricevuto due contestazioni disciplinari per non aver denunciato un’aggressione subita da una guardia giurata su un autobus e per aver omesso di segnalare per cinque mesi alla questura di Udine i turni di servizio.
LEGGI ANCHE: Instagram, 7 novità in arrivo per i messaggi sulla app
Tuttavia, sia in primo e sia in secondo grado, la conversazione sulla chat è stata ritenuta priva di “rilievo disciplinare”. Contro la sentenza d’appello, la società ha fatto ricorso in Cassazione, ma ha perso ancora. I giudici romani, infatti, hanno stabilito che le critiche del dipendente “dovevano essere valutate specificamente nel contesto in cui erano state pronunciate, vale a dire in una conversazione extra-lavorativa e del tutto privata senza alcun contatto diretto con altri colleghi di lavoro”. La conseguenza, ha aggiunto la Corte, è che “anche sotto il profilo soggettivo le stesse espressioni erano circoscritte a un ambito totalmente estraneo all’ambiente di lavoro”.
LEGGI ANCHE: WhatsApp, occhio alla truffa dei buoni carburante
GUARDA ANCHE IL VIDEO: Come inviare una posizione falsa da Whatsapp