Delitto di Garlasco, non basta l’immagine di un’impronta

Pavia, 15 giugno 2025 – Alberto Stasi è un un soggetto affettivamente impermeabile, come lo ha definito lo psicologo del carcere solo un anno fa: incapace di empatia, di compassione, incapace perfino di dolore per Chiara e per la sua famiglia. Il distacco emotivo si riflette anche nella gestione della sua vita digitale. Non è l’interesse in sé a colpire, l’assoluzione per il reato di detenzione di materiale pedopornografico è un fatto, ma la modalità con cui aveva catalogato i contenuti pornografici. Un mondo emotivo sottovuoto dove, proprio per contrasto, spicca il profilo di chi oggi viene rimesso sotto accusa: Andrea Sempio. Una personalità introversa, riflessiva e da una profonda vulnerabilità al giudizio altrui. “Vogliono creare il mostro”, scriveva in un bigliettino nel corso della prima indagine a suo carico. Cinque parole, un microdramma identitario.

Dentro ci sono due forze che si scontrano: l’identità percepita “non sono colpevole” contro quella attribuita “mi stanno trasformando in qualcosa che non sono”. Oggi, poi, la traccia 33 attribuitagli, cuore dell’indagine di uno dei capitoli più controversi del delitto di Garlasco, sarebbe stata “consumata”. Se l’indiscrezione fosse confermata, l’indagine si reggerebbe su una fotografia. Non sull’intonaco. Non sul sangue. Su un’immagine. Ma un’impronta palmare, per essere una prova, deve essere biologica. Non suggestione ottica.

Photoshop, o qualsiasi software di fotoritocco, può accentuare i contrasti, isolarne i livelli, aumentarne la nitidezza. Non può, mai, certificare la presenza di sangue. Per farlo servono test: OBTI, Combur, analisi. Gli stessi test che, allora, avevano già escluso la presenza di emoglobina. Pensare di analizzare una traccia attraverso una foto è come voler fare un’autopsia filtrata da Instagram. E anche se quell’impronta fosse nitida, incisa nel cemento, resterebbe un nodo irrisolto: è lì, sì. Ma non sappiamo da quando. Perché non è databile per definizione. Sulla scena di un crimine, il “quando” non è una sfumatura. È tutto. La giustizia, dovrebbe sapere da dove iniziare a leggere. Altrimenti, il rischio non è solo quello di inseguire un’ombra, ma di costruire un nuovo mostro. E di trasformare un’indagine in uno s(c)empio.