Dazi per l’Italia al 10%, Tajani e Foti: “Per noi si può fare”

Manduria, Taranto 7 luglio 2025 – “Il 10% non sarebbe un dazio insopportabile per la nostra economia”. Antonio Tajani, nell’ultima giornata accaldata del Forum in Masseria di Bruno Vespa, organizzata con Comin&Partners, spazia su tutti i temi che da ministro degli Esteri gli competono. Le guerre, dall’Ucraina a Gaza; la difesa, con il dibattito sulle spese militari. Ma anche i dazi, appunto. Perché d’altra parte, ricorda dal palco del Forum, il commercio internazionale è una di quelle deleghe che ha sempre difeso a spada tratta come di competenza esclusiva del suo ministero. Anzi, fa sapere che a fine anno la Farnesina si doterà di una direzione generale dedicata proprio alla crescita economica, vista la promozione che già il ministero fa dell’export e del made in Italy.

FOTI VESPAW5C5

Ma il tema, ovviamente, sono i dazi, e quindi il vicepremier prova a ragionare sulle prospettive del dialogo tra Unione europea e Stati Uniti, ad appena un paio di giorni dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, il 9 luglio. “La guerra dei dazi non fa bene a nessuno”, come aveva pure detto sabato il vicepresidente della Commissione, Raffaele Fitto. Nel caso, il 10% sarebbe tutto sommato una cifra tollerabile, ma “l’idea generale dovrebbe essere di arrivare a zero dazi e infine costruire un grande mercato tra Europa, Canada, Stati Uniti e Messico per favorire la crescita e lo sviluppo”.

Certo, le trattative le fa Bruxelles, non i singoli governi nazionali; poi “sarà Trump a dire l’ultima parola da parte americana”. Quindi tutto è imprevedibile. Ma è chiaro che non si può ragionare sui dazi e sulle politiche commerciali senza ragionare su quello che ciò comporta o comporterebbe per l’Italia.

“Siamo un Paese esportatore. Siamo la seconda manifattura europea. Siamo la quarta potenza commerciale mondiale. Siamo dopo la Cina il Paese che ha la maggiore varietà merceologica”, scandisce Tajani. Quindi è ovvio che per l’Italia qualsiasi decisione sulla guerra commerciale o sulla più auspicabile tregua della medesima conta eccome. Il punto è che effettivamente l’ultima parola ce l’avrà la Casa Bianca. E l’Europa deve farsi trovare pronta. Anche se ci sono “tre-quattro ipotesi, da un quadro generale senza entrare nel dettaglio al un accordo per settori”.

La linea del governo è prudente. La trattativa è delicata, l’imprevedibilità della controparte la conosciamo già. Un’intesa, è l’opinione della maggioranza italiana, può essere tale solo se tutela gli interessi dell’Europa (e quindi anche dell’Italia). L’ha detto sabato Fitto, l’ha ribadito chi ha preso il suo posto al ministero degli Affari europei, Tommaso Foti. Che allo stesso modo del predecessore ha ricordato che “i termini del 2026 per il Pnrr sono perentori”.

Meloni, stop alla cittadinanza: “Non è una priorità”. Telefonata con Trump su dazi e Kiev

Tra le ipotesi in campo, conferma il ministro, in caso di un mancato accordo sui dazi si possono immaginare strumenti di sostegno ai settori potenzialmente colpiti, come previsto dalla revisione del Pnrr. Poi però si sofferma soprattutto sull’altro tema che rischia di mettere a repentaglio la solidità europea, stavolta per “colpa” dell’Europa stessa, vale a dire la questione dei fondi di coesione. “C’è una spaccatura evidente − spiega Foti −. Alcuni Paesi, i cosiddetti frugali, vorrebbero introdurre un fondo unico europeo del quale ciascun Paese decide l’impiego. Ma finirebbe per penalizzare l’Italia sotto il profilo della coesione e della Pac, la politica agricola comune. Queste sono le battaglie che l’Italia sta facendo in Europa”, proprio con Fitto in prima linea. Foti boccia senza appello le politiche green, perché “l’Europa non deve essere una macchina per vietare, non possiamo diventare un giardinetto per anziani benestanti deindustrializzando il Paese”. È tempo dunque di prendere le decisioni giuste e di farlo in fretta. Per questo Foti, non senza ironia, sottolinea l’esigenza di una programmazione veloce, come appunto sul tema dei fondi di coesione: “Gli attuali sette anni, il piano 2028-2034, superano addirittura i piani quinquennali dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”.

“Rottamazione non per tutti”. Il viceministro Leo fissa i paletti