Tutti pazzi per il giallo rompicapo, Bartezzaghi: “Sfido i lettori nel mondo dell’errore”

Roma, 25 luglio 2025 – Un giallo, almeno in copertina. Con un morto, che però è solo pretesto. Un lavoraccio, questo sì, come sa chi lo ha portato incautamente in vacanza e per trovare il colpevole chiede aiuto all’intelligenza artificiale o ai gruppi di auto-aiuto sui social. Un misto fra Agatha Christie e la Settimana Enigmistica? Fosse così facile non porterebbe quella firma. Bozze non corrette (Mondadori) di Stefano Bartezzaghi è una matassa che va dipanata con pazienza e umiltà, sapendo di essere stati trascinati in una trappola dalla quale è difficile uscire. Chi leggendo si è sentito strano consideri che si tratta di un prodotto metaletterario e provoca effetti collaterali ai pigri, ai distratti, ai superbi. Il paragone più prossimo è La mascella di Caino, l’infernale enigma linguistico letterario pubblicato nel 1934 e tornato di attualità nella traduzione del collettivo The Crime Badger (con la prefazione di Bartezzaghi, guarda un po’).

Per sgombrare il campo almeno da un equivoco, Stefano Bartezzaghi non è suo padre Piero, il re del cruciverba, e nemmeno suo fratello Alessandro, direttore della Settimana Enigmistica. Fa il giornalista, lo scrittore, insegna semiotica della creatività. Ma ovviamente ha respirato l’aria di famiglia, quindi nessuno si aspetti sconti anche perché è in correità con Pier Mauro Tamburini, uno dei massimi esperti di libri-gioco in Italia. Come voce narrante è il correttore di bozze nell’opera di Niccolò Errante, autore oscuro e poderoso del quale Mondadori fornisce la biografia e le prove della partecipazione a vari festival, oltre alla ferale notizia: il 3 giugno 2025, dopo una riunione con la casa editrice, il poveretto si è lanciato dal balcone di casa. Il morto quindi è lui, senza essere mai esistito. E il suo correttore, sapendo che non è stato un suicidio, nasconde la verità nei mille errori disseminati nel libro. Mille, non uno di meno. Al lettore trovarli, tirare le somme e scoprire l’assassino.

Bartezzaghi, ci dica solo se quella verità ha un prezzo. Sotto gli ombrelloni c’è gente disperata.

“Non dico la soluzione nemmeno sotto tortura. Sono corruttibile, ma si parla di milioni”.

Scrivendo Bozze non corrette deve essersi divertito moltissimo.

“Mi sono divertito ma anche preoccupato. Perché l’idea era meravigliosa ma la realizzazione la vedevo ardua. E lo è stata”.

Noi siamo costretti a cambiare modo di leggere, lei avrà cambiato modo di scrivere. È partito dal fondo? Ha usato il metodo dell’enigmista?

“Quando ho avuto l’ispirazione ne ho parlato con Pier Mauro Tamburini, confronto fondamentale perché ha la mente del costruttore di giochi. Ci voleva uno schema applicato alla narrazione, una cornice. Io sono più dalla parte estrosa, posseggo un archivio sterminato e ho intense frequentazioni con il mondo dell’errore”.

Quanta influenza ha avuto a Mascella di Caino?

“Il rapporto è pressoché diretto. Quando è stato ripubblicato mi hanno interpellato perché l’autore è stato un pioniere del cruciverba britannico. Era anche un sadico, infatti aveva scelto come pseudonimo Torquemada. La sua follia è tornata a risplendere all’improvviso grazie a Tik Tok, per ragioni oniriche. Al lettore piace interagire. Oggi più di allora. Siamo tutti smaniosi di dire la nostra, non riusciamo a tenere la bocca chiusa. Ci siamo detti: rifacciamolo. Magari un po’ meno ostico di quell’altro, che è proprio una parete verticale. Confesso tuttavia che quando sono arrivate le bozze nemmeno io sono stato in grado di trovare gli errori”.

Non era nelle sue intenzioni fare sentire i lettori miserabili. Però svegliarli sì.

“Penso al cavallo che è stato mezzo di locomozione, poi è arrivata l’auto e la bestia è diventata passatempo. Stessa cosa l’attenzione, apparentemente non più necessaria. Parliamo a caso, blateriamo, scriviamo dappertutto. Io per primo. Almeno in vacanza prendiamoci il lusso di stare attenti, di fare i pignoli. Di interrogare l’errore”.

Una vera ossessione.

“Ma sì, dall’inizio. Quando nel ’92 è uscito il mio primo libro, Accavallavacca, ero felice come una pasqua. Fino a quando l’occhio mi è caduto proprio su una citazione di Savinio sugli errori: sbagliata. Lui psicanalizzava la macchina per scrivere. Io dell’errore ho sposato una concezione più divertita e meno punitiva”.

Di Niccolò Errante si sa solo che ha vissuto a Milano allo stesso indirizzo di Dino Buzzati. Non avrà scelto l’autore del Deserto dei Tartari a caso.

“Attenti, sotto Buzzati c’è un trucco. Posso dire che mi piaceva il personaggio in bilico fra giornalismo e letteratura appartata, impegnato a giocare su mondi metafisici alla De Chirico”.

Prima di morire Errante raggiunge il grande pubblico internazionale con Luci del passato, successo letterario nato da una conversazione con l’AI. Lei in che rapporto è con l’intelligenza artificiale?

“Non credo riusciremo a insegnarle a scrivere bene, sarà lei a indurci a scrivere peggio eternando stilemi banali. I grandi si nutrono dei grandi del passato ma poi fanno da sé. Se Proust si fosse limitato a mettere assieme le influenze di Balzac avrebbe tirato fuori la madeleine? Non credo”.

Il suo amico ha tatuata sulla schiena una frase: Scrivi per non morire. Vale anche per lei? Ha voglia di togliersi la camicia?

“Sulla fiducia: non ho tatuaggi. E la mia frase sarebbe un’altra: Scrivi per non morire di noia”.