Le illusioni di una magIA, dipendenza emotiva e zero privacy: “Tecnologia che già sfrutta i giovani”

Roma, 13 agosto 2025 – “Qual è la differenza tra un essere umano e un androide?”. A porre la domanda è la bambina del 2075 presentata da Ishiguro Hiroshi, tra i massimi esperti di intelligenza artificiale e robotica umanoide, nel suo padiglione, ‘Future of life’, all’Expo di Osaka. Un futuro dominato dall’IA che, con il lancio di ChatGpt 5 – un passo verso l’intelligenza artificiale generale (AGI) – appare sempre più vicino. Ma la tecnologia, fin da ora, dev’essere supportata da regole ispirate a principi etici: una bussola per consentire soprattutto ai più giovani di orientarsi mentre i confini tra reale e virtuale si fanno più labili.

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Un utilizzo pervasivo dell’IA sottrarrà tempo alle nuove generazioni o le aiuterà ad averne di più? Sarà uno strumento utile ad accrescere la comprensione, a potenziare le capacità individuali, o solo una scorciatoia verso un appiattimento del pensiero? Da un’indagine condotta dall’Istituto Giuseppe Toniolo su un campione di 6.003 giovani europei emerge come i ragazzi con un livello di conoscenza più elevato siano più inclini a vedere le opportunità offerte dall’IA. I timori principali sono, invece, legati alla privacy, alla sicurezza e alla possibile perdita di competenze umane.

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Ma, secondo un recente sondaggio dell’Istituto Piepoli, il 37% dei giovani teme anche la dipendenza psicologica da questa tecnologia. “Mi spaventa il fatto che ci si affatichi poco per arrivare a una conoscenza. Questo credo sia il rischio maggiore. E non perché io sia un sadico pedagogico ma perché affrontare un libro sfogliandone ogni pagina aiuta, nel tempo, a imparare – spiega Enrico Panai, esperto di etica dell’intelligenza artificiale e specialista di interazione uomo-informazione, presidente dell’Association of AI ethicists e docente dell’Università Cattolica –. Alcuni avranno dei benefici incredibili, ma dipende dalla capacità intellettiva dei giovani che la useranno”. Nel frattempo l’impatto sui ragazzi è già molto visibile da anni. “L’IA sta già usando loro – afferma Panai –. Penso, ad esempio, ai nudge usati per incentivarli a seguire post sui social network che rendono l’attrattività di queste piattaforme altissima”.

Per preparare il terreno a questa transizione è essenziale, secondo Panai, “partire dalla formazione, dalle scuole, e insegnare ai ragazzi ad avere un alto senso critico nell’utilizzo di uno strumento che dà loro informazioni. Ma – avverte – il limite tra reale e virtuale, oggi è talmente sottile che è quasi impossibile che lo spirito critico da solo sia sufficiente. C’è bisogno di una normativa – cosa che si sta sviluppando molto in Europa e in Cina – che consenta di distinguere i contenuti generati dall’IA da quelli originali”.

Per sfruttare le potenzialità dell’IA e riuscire a valutare criticamente i suoi prodotti è, inoltre, fondamentale tornare a comprendere, come in passato, il funzionamento della tecnologia. “Le nuove generazioni hanno una percezione ‘magica’ della tecnologia. Ci dovremmo occupare di ristrutturare la pedagogia dell’informatica nelle scuole. Non basta insegnare a utilizzare gli strumenti, bisogna – conclude Panai – insegnare come un testo viene creato da un sistema generativo”.

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