Roma, 9 settembre 2025 – Il presidente di Sinistra italiana, Nichi Vendola: “Mi ricandido dopo 10 anni per la mia regione. Il compito del centrosinistra è fare della politica lo strumento di emancipazione”.

Che cosa significa il suo ritorno in Puglia dopo dieci anni?
“Nichi Vendola, presidente di Sinistra italiana, ma soprattutto ex governatore pugliese e leader autorevole e carismatico della sinistra radicale, pacifista e ambientalista, spiega la scelta di rimettersi in gioco senza rinunciare alla sua cifra non politicista: “La Puglia è tanta parte della mia vita, la famiglia, l’infanzia e l’adolescenza, la scoperta della politica, le madonne nere e i mandorli in fiore. Ed è il luogo della mia sfida più impegnativa e più bella: il governo della regione, la nostra primavera. Se la Puglia chiama io ci sono”.
Si è arrivati, però, alla candidatura di Antonio Decaro dopo veti e bracci di ferro che hanno riguardato anche lei: la politica non esce un po’ ammaccata?
“Fibrillazioni e baruffe ci sono sempre state e sono forse fisiologiche. L’essenziale è che l’alleanza progressista ha chiuso le intese in tutte le regioni che votano. La destra invece è ancora impigliata nei propri problemi. Certo, se la politica diventa la foto dei tic e delle crisi del ceto politico, la gente poi cambia canale. A ragione”.
La stessa vicenda campana, con De Luca (padre e figlio) e Fico, non depone bene per le modalità di gestione: troppi accordi di potere calati dall’alto. Non ha questa impressione?
“Veniamo tutti dalle macerie dei partiti di massa novecenteschi, che erano scuole di formazione di classi dirigenti. Non è facile oggi ricostruire un costume politico e morale dei soggetti politici che sono in campo, non è scontato dotarsi di un sistema di regole che limitino i fenomeni di trasformismo e di clientelismo. Io sono felice di partecipare a un’avventura, quella dell’alleanza tra Verdi e Sinistra, che ha una grande cura nel contrastare ogni forma di degrado della politica”.
C’è bisogno di discontinuità o di che cosa nel Sud?
“Non solo al Sud, ma in tutta Italia c’è bisogno di rigenerare la politica, di farne strumento di incivilimento e di emancipazione sociale: questa certo non è la missione della destra, ma è obbligatorio che lo sia per il centro-sinistra. Se diventiamo solo sistemi di potere perdiamo la nostra ragione sociale: che è contrastare il destino di marginalità, precarietà e solitudine di tanta parte della società, che è restituire credibilità alle parole del cambiamento”.
Come si proietta la prospettiva del “campo largo” a livello nazionale?
“Si sta cementando l’alleanza sul terreno della lotta contro la povertà e contro la guerra. Si comincia a vedere l’unità possibile che è necessaria per sfidare i maggiordomi di Trump che siedono a Palazzo Chigi. Per sfidare un governo nemico del mondo del lavoro e complice del genocidio del popolo palestinese. Meloni è parte integrante di quella Internazionale nera che sta portando il mondo nel caos, lei usa la retorica della crudeltà per colpire persino chi va in mare a raccogliere naufraghi”.
Le differenze, però, nell’alleanza progressista non mancano: per esempio in politica estera, ma anche rispetto all’Europa di von der Leyen. Come si compongono?
“L’immagine repellente e truce di von der Leyen sta raggelando il cuore dei democratici di tutta Europa. Penso che ci troveremo presto d’accordo sulla necessità di una piattaforma continentale che sia il contrario del riarmo. Il riarmo è la morte di ciò che abbiamo chiamato civiltà europea”.
Che cosa serve per battere Giorgia Meloni?
“Serve radicalità nella proposta di giustizia sociale e ambientale, nella tutela dei diritti civili e sociali, serve mettere al centro il sentimento di umanità e un orizzonte di pace”.
Una nota finale: che cosa vuole dire a Emiliano che è stato sacrificato dal suo partito?
“A Emiliano in questo momento auguro di vivere con serenità e gioia la sua nuova paternità”.
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