Roma, 13 settembre 2025 – Prima l’azienda, poi il resto. Il testamento di Giorgio Armani è stato pubblicato e si è levato il velo su quello che non è un epilogo, ma l’inizio di un nuovo atto nel panorama del lusso globale. Il quadro è chirurgico: la Fondazione Armani è erede dell’intero capitale della società, mentre l’usufrutto è ripartito tra Pantaleo “Leo” Dell’Orco – il suo ex compagno e braccio destro – e i familiari (i nipoti Silvana e Roberta Armani, Andrea Camerana, la sorella Rosanna Armani).
Il passaggio più dirompente è la vendita obbligatoria e scaglionata: entro 12-18 mesi dall’apertura della successione la Fondazione deve cedere il 15% “in via prioritaria” a uno fra Lvmh, EssilorLuxottica, L’Oréal (o un operatore di standing equivalente, meglio se già partner); tra il terzo e il quinto anno, al medesimo acquirente dovrà andare un ulteriore 30% fino al 54,9%. In alternativa, quotazione in Borsa su un mercato regolamentato. In ogni caso la Fondazione non scenderà mai sotto il 30%, presidio dei “principi fondanti”: etica, modernità non ostentata, qualità, prudenza nelle acquisizioni, finanza equilibrata.
Il testamento, due documenti scritti di suo pugno e in parte sul retro di una busta color seppia, non è un solo un atto legale. È l’ultima collezione: un piano d’affari pulito, meticolosamente tagliato per garantire che la sua visione sopravviva, anche a costo di una fusione o di una quotazione. Quali sviluppi per la maison? Tre scenari plausibili.
Primo scenario: con L’Oréal, la filiera beauty è già solidissima, la licenza è rinnovata fino al 2050, orizzonte lunghissimo che protegge valore e immagine. Con Essilux, l’accordo eyewear è stato rinnovato per 15 anni dal primogennaio 2023: altro pilastro. Così un ingresso azionario rafforzerebbe ciò che già esiste. Secondo scenario: un acquirente come Lvmh porterebbe a bordo potenza retail e scala globale, ma dovrebbe convivere con contratti di lungo periodo su beauty ed eyewear. La clausola della Fondazione al 30% garantirebbe baricentro valoriale. Tanto Lvmh quanto L’Oréal si sono dette “commosse” e “onorate” di essere considerate potenziali acquirenti. E Bernard Arnault, numero uno del conglomerato Louis Vuitton-Moët Hennessy, immagina di poter “rafforzare e la sua leadership a livello globale, se lavoreremo insieme”. Poi c’è il terzo scenario: la quotazione attivabile nel medio periodo offre un sentiero di trasparenza e capitali, mantenendo l’indirizzo culturale in mano alla Fondazione.
Nel pomeriggio di ieri, però, è arrivato un comunicato che riportava quanto segue: “Ogni scelta strategica nel breve e nel medio termine è demandata alla guida del signor Dell’Orco e alla famiglia, con il supporto della Fondazione; scelte indirizzate però dallo stesso signor Armani sia in termini di missione del marchio, sia di possibili azioni con implicazioni sull’assetto societario di medio e lungo termine (…) Il tutto lasciando sempre, su impulso della Fondazione, al signor Dell’Orco e alla famiglia le decisioni e la gestione di tale percorso”. Un auspicio, cioè che Leo Dell’Orco e la famiglia lavorino sempre in perfetto accordo, pur lui avendo maggiori possibilità decisionali.
Oltre alla complessa architettura del gruppo aziendale, il testamento di Giorgio Armani ha svelato una meticolosa ripartizione dei suoi beni personali. Il patrimonio immobiliare, che include proprietà a Saint Tropez, Antigua, Broni e Pantelleria, è stato gestito attraverso la società L’Immobiliare S.r.l. Lo stilista ha concesso la piena proprietà del 75% di questa società alla sorella Rosanna e ai nipoti Andrea Camerana e Silvana Armani, a cui spetta anche la restante quota del 25% in nuda proprietà. A Dell’Orco, invece, è stato assegnato l’usufrutto dei beni.
Questa stessa logica si applica al palazzo di via Borgonuovo a Milano, storica residenza dello stilista. Il testamento concede a Dell’Orco l’usufrutto a vita dell’immobile, ma il dettaglio più intimo e toccante riguarda gli arredi e gli ornamenti del palazzo. Armani ha espressamente disposto che, tranne un quadro di Matisse e una foto di Man Ray, nulla venga rimosso, e che tutto rimanga “finché Leo voglia viverci”. È un lascito che va oltre il valore materiale, un atto di rispetto che sigilla un’intera vita di collaborazione e affetto. È la sua ultima, silenziosa, e per questo ancor più eloquente, dichiarazione di intenti. È un atto che trascende la morte, un gesto di pragmatismo che assicura che l’azienda rimanga, nel futuro, sempre “prima di tutto”.