Il Premio Campiello 2025 a Wanda Marasco. “Il mio dottor Palasciano è dolore, amore e Storia”

Venezia, 13 settembre 2025 – Non solo la memoria. L’altro tema che vibra tra le pagine è quello dolente dei rapporti umani vissuti fra imperfezioni e paure, incontri sbagliati e addii. Li racconta entrambi Wanda Marasco – romanziera, poetessa, drammaturga, attrice e regista napoletana, 72 anni – che si è aggiudicata il 63° Premio Campiello con il suo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza) in cui il dramma dei protagonisti è fra i più irriducibili, quello dell’imperfezione: “ossia del guasto – dice Marasco – e del limite acuiti dalla ferita. I protagonisti scrutano in sé ogni forma di fragilità e di caduta, ogni dolore derivato dalle iniquità del mondo”.

Il libro è la storia del medico napoletano Ferdinando Palasciano e della moglie Olga de Vavilov, un amore che supera la malattia mentale di lui e la zoppia di lei, intrecciando le loro vicende personali con gli eventi storici del secondo Ottocento italiano: primo chirurgo a proclamare la neutralità dei feriti di guerra, come Dostoevskij condannato e poi graziato, “morto per troppa onestà” e al centro di titanici scontri con la Storia. “Con lui il malato è in connessione con gli altri e con la vita, anche nella follia e nell’isolamento”, spiega l’autrice. Il libro era già tra i finalisti dello Strega.

La cerimonia finale al Gran Teatro La Fenice di Venezia, in diretta tv su Rai5, iniziata col ricordo di Stefano Benni, condotta da Giorgia Cardinaletti con gli interventi musicali di Luca Barbarossi, ha visto Marasco, con 86 voti, imporsi di un soffio su Fabio Stassi con Bebelplatz (Sellerio), 83 voti. Terza Monica Pareschi con Inverness (Polidoro), poi Alberto Prunetti con Troncamacchioni (Feltrinelli) e Marco Belpoliti con Nord Nord (Einaudi). I voti espressi sono stati 282 su 300 votanti della Giuria Popolare di Lettori Anonimi. Ad accomunare le diverse sensibilità artistiche della cinquina di autori, palpabile è stato il fil rouge dell’urgenza narrativa, e la sensazione che la letteratura italiana continui a essere uno specchio fedele delle nostre inquietudini e speranze. Stati d’animo declinati in particolare al passato, al ricordo, al tema della memoria, vista sia come “assenza” da luoghi che hanno vissuto tragedie, sia come “presenza” nella democrazia conquistata, nelle guerre civili e nella partigiana lotta a sistemi autocratici.

Memoria che, ad esempio, è negata in chi non vuole un popolo che legge, che forma una sua coscienza critica, come nell’opera Bebelplatz. La notte dei libri bruciati (Sellerio) di Fabio Stassi, 63 anni, romano. Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bombardamenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche.

Ma da sempre la memoria è conflitto, è ricordo opposto fra vincitori e vinti, è diversa sensibilità politica. E tutto ciò lo ritroviamo in Troncamacchioni (Feltrinelli) di Alberto Prunetti, scrittore e traduttore 52enne, di Piombino, che racconta un’epopea operaia, un affresco vivido e militante che dà voce a chi è stato spesso dimenticato dalla grande Storia. Anarchici e banditi, disertori e comunisti, tipi arruffati che non hanno avuto la fortuna di trovare davanti a sé una strada dritta e spianata, ma sono stati costretti a farsi avanti “a troncamacchioni”, dritti per la propria strada.

“I luoghi spesso non conservano la memoria. Il mio lavoro è anche quello di suscitare memoria nei luoghi che, senza una targa, non ce l’avrebbero. Ma anche l’oblio serve. Serve un equilibrio per andare avanti, specie dopo le tragedie”: a parlare è Marco Belpoliti, scrittore, critico letterario e italianista nato a Reggio Emilia 70 anni fa, con Nord Nord (Einaudi) compie un’esplorazione, fisica e mentale, del concetto di confine, un’indagine sui luoghi e sui loro riflessi interiori.

I rapporti umani dolenti, oltre che al centro del libro di Marasco sono anche il cuore di Inverness (Polidoro) di Monica Pareschi, sua seconda raccolta di racconti su rapporti sbagliati, incontri fatali, orrore che si nasconde nella quotidianità. Pareschi – stimatissima traduttrice dei capolavori delle sorelle Brontë, di Thomas Hardy, Shirley Jackson – gioca sul confine sottile fra il vedersi davvero e l’inorridire. “Per me la scrittura contiene sempre un moto traduttivo – spiega lei –. È anche un’attività ordinatrice, che porta senso dentro un caos apparentemente irriducibile”.

Premio Campiello alla Carriera 2025 Laura Pariani, 74 anni, ora in libreria con Primamà (La nave di Teseo), ieri ha detto: «L’attenzione alla narrativa lo sento più vero e forte. Forse c’è ancora speranza. Se i potenti della terra leggessero più narrativa le cose andrebbero meglio».