Roma, 7 ottobre 2025 – “Un Lecornu bis è costituzionalmente fattibile, ma se dovessi fare una lista delle opzioni, la meno peggio – spiega il politologo francese Yves Mény – sarebbe nominare un nuovo primo ministro, con il rischio, però, che la crisi di questi giorni si ripresenti dopo poche settimane o mesi”.
Professore, le altre ipotesi quali sono?
“La seconda è lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, con la possibilità di non avere una maggioranza o di averne una a trazione Rassemblement National, che rischia di generare un caos politico che potrebbe riversarsi sulle strade”.
E la terza?
“Le dimissioni di Macron, ma mi sembra la più improbabile”.
Al di là del record del governo più breve della Quinta Repubblica, qual è il significato politico profondo di una crisi così fulminea?
“L’intero sistema politico francese è in uno stato disastroso. Storicamente, la Francia soffre di una cronica debolezza dei corpi intermedi, come partiti e sindacati. Questa fragilità oggi si traduce in una paralisi generale e nell’incapacità di raggiungere compromessi. A questo si unisce un fattore culturale decisivo: la politica francese si struttura intorno al principio di autorità, incarnato da una singola figura”.
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E quindi?
“Oggi l’autorità del presidente Macron si è indebolita e, venendo a mancare questo perno, il sistema non è più in grado di andare avanti. La crisi attuale è la conseguenza di queste fragilità strutturali, che portano il Paese al disordine quando l’autorità centrale vacilla”.
L’Assemblea Nazionale è ormai divisa in tre blocchi. Questa crisi è la dimostrazione che il sistema maggioritario francese non è più in grado di produrre stabilità in un panorama tripolare?
“La stabilità non dipende solo dal sistema maggioritario in sé. Lo scrutinio da solo non è sufficiente, come dimostra l’instabilità della Terza Repubblica, che provò sia il maggioritario che il proporzionale. Servono altri “ingredienti”, come la capacità del presidente di “trascinare” l’elettorato alle elezioni legislative”.
Lecornu ha parlato di partiti che “hanno fatto finta di non capire” la sua rottura nel rinunciare all’articolo 49.3. È stata un’ingenuità da parte sua?
“Non credo sia stata pura ingenuità. L’articolo 49.3 è diventato un potente “mito” per l’opposizione, il simbolo dell’autoritarismo da combattere. Nel tentativo di pacificare gli avversari, Lecornu ha offerto una concessione simbolica, promettendo di non usarlo. Tuttavia, l’opposizione ha interpretato questo gesto come un segno di debolezza e, invece di placarsi, ha alzato la posta. Di fatto, si è innescata una pericolosa corsa allo svuotamento degli strumenti costituzionali del governo”.

Stiamo assistendo a una crisi di leadership di Macron o a una crisi sistemica e istituzionale della Quinta Repubblica?
“La crisi attuale non è un semplice fallimento della leadership di Macron, ma rivela la natura profonda della Quinta Repubblica, concepita per istituzionalizzare il principio di autorità attraverso una guida carismatica. Il sistema conferisce enormi poteri al presidente. Il problema sorge quando questa autorità centrale si indebolisce”.
Perché il presidente difficilmente si dimetterà?
“Le dimissioni non sarebbero interpretate come un gesto volontario, ma come una resa alle pressioni dell’opposizione. Inoltre, un’uscita di scena di Macron oggi impedirebbe a Marine Le Pen, che è stata condannata e che è in attesa dell’appello, di candidarsi alle presidenziali. Per questo il Rn non vuole che il presidente lasci, ma solo che si torni a votare per l’Assemblea nazionale”.
Allora Macron potrebbe lasciare proprio per impedire a Le Pen di salire all’Eliseo…
“Mi sembra improbabile, ma, come recita l’adagio, è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro”.