New York, 7 ottobre 2025 – “Sono giovane, per quanto cerchi di invecchiare. Sono musulmano. Sono un socialista democratico. E, cosa più grave di tutte, mi rifiuto di chiedere scusa per tutto ciò”. In un discorso carico di emozioni e di speranza, Zohran Mamdani non ha concesso sconti ai rivali. Né a Donald Trump, cui ha suggerito di aumentare il volume della tv per sentire meglio tutto ciò che intende fare, a New York, non solo per fermarlo ma per fermare “il prossimo Trump”. Né allo sconfitto Andrew Cuomo: sfregio supremo, Mamdani ha utilizzato una famosa citazione del padre Mario, politico di maggior successo, per ricordare che le campagne elettorali si vincono con la poesia, ma il governo lavora in prosa.
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Ha ringraziato gli ultimi, gli anonimi che sono stati l’anima della sua ascesa e di una vittoria con oltre un milione di voti, un numero che non si vedeva dal 1969: dalle nonne messicane ai tassisti senegalesi, fino alle zie etiopi (“Sì, le zie” ha ribadito – sarà anche giovane, ma ha un talento retorico straordinario). E ha avvertito i potenti della città che un risultato epocale è un mandato per cambiamenti epocali, facendo riferimento allo storico sindaco Fiorello La Guardia, che quasi un secolo fa fece saltare l’establishment democratico dominato dagli irlandesi, sdoganando l’accesso alla politica per gli immigrati italiani. Non è una coincidenza che Cuomo sia di famiglia italoamericana, sposato con un’irlandese Kennedy.

Nei circoli che contano, il cambiamento preoccupa. “Non so quale sia il suo vero programma. Ha fatto campagna su cose che non può fare: e allora, quali sono quelle che vuole fare davvero? Vuole aumentare le tasse nei quartieri bianchi, e sì, ha detto proprio quartieri bianchi, se è ostile ai bianchi e agli ebrei, cosa farà?” si chiede Pat Johnson, 40 anni, immobiliarista. Preoccupazione condivisa da una lunga lista di miliardari, dall’ex sindaco Bloomberg a Gebbia di Airbnb, passando per le famiglie Lauder e Tisch, che infatti avevano donato cifre mirabolanti alla campagna rivale.
Ma New York è una città pragmatica: si lavora con quello che c’è. Il finanziere Bill Ackman, sostenitore di Trump e donatore di Cuomo, ha già fatto le congratulazioni al neoeletto e si è messo a disposizione “per qualsiasi cosa di cui NYC abbia bisogno”. Diamogli una possibilità, dice Jim Hwang, 43 anni, repubblicano: “Ne abbiamo già visti tanti”.
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Intanto festeggiano i giovani che hanno portato Mamdani a City Hall. Hanno vissuto la campagna con l’entusiasmo che aveva movimentato la generazione precedente intorno alla candidatura di Barack Obama: “Finalmente un segnale di una politica nuova, non controllata dai boomers” dice Adam Rhetts, 30 anni, attore. Rispetto al 2008, però, la campagna Mamdani ha un aspetto sociale in più: per migliaia di volontari Gen-Z, è stata la prima grande occasione per ritrovarsi in strada, dal vivo, condividendo attività concrete come bussare alle porte delle case, distribuire volantini, fabbricare gadget. Un antidoto alla solitudine e alla depressione generazionale, una passione nuova e lontana dagli schermi degli smartphone, nonostante la campagna Mamdani abbia funzionato benissimo anche online. Tra i giovani volontari, si sono formate tante nuove coppie: senza app. E senza chiedere scusa di essere giovani.
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