Wish You Were Here compie 50 anni: il mito più cupo e vero dei Pink Floyd esce in versione rimasterizzata (con gli inediti)

Quando i Pink Floyd entrano negli Abbey Road Studios nel gennaio del 1975, reduci dal successo di The Dark Side of the Moon, l’aria non è elettrica: è pesante. Richard Wright lo ricorderà ad anni di distanza: “Eravamo esausti, svuotati. E allo stesso tempo terrorizzati all’idea di dover ripetere un miracolo”. Da quel senso di incertezza, di smarrimento quasi esistenziale, nascerà Wish You Were Here, uno dei dischi più celebri della storia del rock. L’album, a cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, torna dal 12 dicembre in una nuova edizione (in cd e vinile), rimasterizzata e arricchita da 6 versioni alternative dei brani originali e da demo inediti, tra cui The Machine Song, la versione embrionale di Welcome to the Machine che Waters fece ascoltare ai compagni dopo averla registrata.

Pink Floyd e Wish You Were Here. I cinquant’anni del mito rock

“Syd? “Volevamo dirgli che gli volevamo bene, che sentivamo la sua mancanza”

Per la prima volta missata in un unico brano la lunga suite Shine On You Crazy Diamond, omaggio dolceamaro, così vuole la leggenda, a Syd Barrett, il chitarrista fondatore la cui parabola psicologica e artistica ha segnato la band – che nel 1968 l’aveva espulso – come una ferita aperta. I Pink Floyd se lo vedono comparire in studio, il 5 giugno, proprio durante la lavorazione del disco. “Notai un tipo grosso e grasso, con la testa rasata, che indossava un decrepito impermeabile marrone rossiccio”, fotografa per sempre l’istante Nick Mason. “Portava un sacchetto di plastica di quelli per la spesa e sul volto aveva un’espressione benevola ma assente”.

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Quella visita inaspettata finirà per influenzare l’intero tema dell’album e la lunga suite introduttiva in particolare. David Gilmour dirà: “Non volevamo fare un monumento funebre. Volevamo dirgli che gli volevamo bene, che sentivamo la sua mancanza”. Era stato proprio Gilmour, quel giorno, il primo a riconoscerlo: “È Syd”, dice ai compagni. Barrett, come un fantasma materializzato nel momento più delicato della band, al mixer ascolta in silenzio il brano che gli verrà dedicato. “Non riuscivamo a parlare – ricorderà Wright –. Era come se il tempo si fosse fermato”. Quel giorno diventa per sempre parte della leggenda. Barrett morirà il 7 luglio 2006 senza che nessuno della band l’abbia più incontrato.

L'edizione speciale dei cinquant’anni di Wish You Were Here

Una critica feroce all’industria discografica

Ma Wish You Were Here non è solo un omaggio a Barrett: è anche una critica feroce all’industria discografica. In Have a Cigar la voce graffiante non è di Gilmour né di Waters, ma di Roy Harper, scelto all’ultimo perché, come ammetterà Waters, “non riuscivamo a trovare il tono giusto per quella rabbia satirica”. La celebre frase “Oh, by the way, which one’s Pink?” non è finzione: era stata realmente pronunciata da un dirigente della casa discografica.

“Era la canzone che volevo scrivere da anni”

La title track nasce invece da un’intuizione semplice. Gilmour stava strimpellando un arpeggio acustico nella control room. Waters l’ascolta e dice: “Aspetta, non fermarti. C’è qualcosa”. Da quel frammento nasce una delle canzoni più celebri ed evocative di sempre, un inno alla distanza emotiva, all’assenza, all’incapacità di comunicare. “Era la canzone che volevo scrivere da anni”, dirà poi Waters. “Parlava di noi, di me, di chiunque si senta tagliato fuori”.

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Nel settembre 1975 la critica si rivela tiepida: album troppo intimista, troppo cupo, troppo diverso

Al momento della pubblicazione dell’album, nel settembre 1975, la critica si rivela inizialmente tiepida: troppo intimista, troppo cupo, troppo diverso da Dark Side. Ma il pubblico lo trasforma subito in un successo planetario (è il primo disco dei Pink Floyd a raggiungere la vetta delle classifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico), riconoscendo l’intensità di un lavoro che non cercava di stupire, ma di dire la verità. Un album costruito sulla vulnerabilità, non sulla perfezione. Iconico già dalla copertina, inizialmente nascosta da una pellicola di cellophane nero e contenente anche – in formato cartolina – fotografie surreali, ispirate ai concetti sviluppati nei testi nelle canzoni. Per l’edizione dei cinquant’anni i master originali sono stati rimasterizzati da James Guthrie, lo stesso di The Wall, e l’edizione digitale impreziosita da 16 registrazioni dal vivo tratte dal concerto del 26 aprile 1975 alla Los Angeles Sports Arena.