Il modo migliore per prevedere il futuro è quello di crearlo. Lo sa bene Irene Grandi che col suo undicesimo album d’inediti “Oro e rosa” cambia tutto attorno a sé, per voltare pagina e proseguire il cammino con altro passo come racconta a Soundcheck , il format musicale disponibile su web e social del nostro giornale. Accidentale che in numerologia l’undici sia simbolo d’illuminazione e visione spirituale. Undici pure le canzoni.
“Oro e rosa” è un album di ripartenza?
“Di rinnovamento, direi. Nato in un periodo di forti cambiamenti nella mia vita artistica e personale per raccontare il tempo sospeso che sta tra la fine di una fase e l’inizio di un’altra. Ecco perché mi piacerebbe chiamarlo tempo della fiducia, quello in cui riesci a prendere consapevolezza che le cose sono cambiate, che certi equilibri si sono spezzati, e che il passato va lasciato andare. Un momento speciale, che credo di non aver mai raccontato prima nei miei dischi”.
Sono passati sei anni da “Grandissimo”, c’è voluto quindi del tempo per mettere in ordine quel che c’era da dire
“Con la tecnologia di oggi sembra diventato facile produrre dischi, ma le belle canzoni hanno ancora bisogno di sedimentare e di prendrsi tutto il tempo necessario per maturare. Lo strano non è che passino anni tra un tra un disco e l’altro, quanto piuttosto che si riesca a produrre 20 canzoni in 2 anni. Questo può accadere ad inizio carriera, quando hai il cassetto pieno di spunti e idee accumulate pian piano nel tempo, non quando sei lì ormai da trent’anni”.

In “Colorado” c’è Carmen Consoli, mentre in “Fiera di me” affiorano le ritmiche di Stewart Copeland e in “Universo” il tocco autorale di Francesco Bianconi e Kaballà
“Con Copeland ho lavorato al Tones Teatro Natura in Val d’Ossola a ‘The Witches Seed’, sua opera musicale legata alle leggende sulle donne di quelle parti accusate di magia nera. Oltre che del contributo dato a questo disco, debbo ringraziarlo per avermi coinvolta nel suo progetto convinto che potessi diventare una strega rock coi fiocchi”.
Con Carmen affrontate una canzone un po’ alla “Thelma & Louise”
“Mi è sembrata subito la compagna ideale per un brano che racconta la storia di due amiche decise a fare un salto controcorrente davanti ad un mondo in cui non si sentono molto rappresentate. Ha accettato attratta dal fatto che, coi suoi retaggi anni Sessanta, ‘Colorado’ fosse una canzone un po’ desueta, come non si scrivono più”.
In “Fiera di me” dice “farò delle mie sbandate la direzione” e nel video girato al Teatro Nazionale di Firenze si guarda allo specchio e dentro ci vede riflesso un inferno dantesco. Insomma, nonostante il languore del tramonto, un lato oscuro continua a portarselo dentro
“È il buio che segue il tramonto a farmi paura, per quel senso di vuoto provato nel guardarsi dentro col timore, magari, di non trovare nulla. Oppure di scoprire quel che non vorresti, un inferno senza luce e senza fondo”.
Dice di non escludere il ritorno a Sanremo. Potendo provarci quest’anno, quale canzone di “Oro e rosa” avrebbe presentato a Conti?
“Probabilmente ‘Astronauti’. Dopo due Festival affrontati con pezzi che parlavano d’altro quali ‘Un vento senza nome’ e ‘Finalmente io’, mi sarebbe piaciuto tornare all’Ariston con un brano d’amore. Anche se un amore maturo, imperniato su quelle difficoltà delle relazioni che legano un po’ tutto quest’ultimo album. ‘Astronauti’ abbiamo provato a proporla due anni fa ad Amadeus, ma non è andata e me la sono tenuta per il disco”.

Baudo a Sanremo ne ha azzeccate tante, ma non tutte. Il no, ad esempio, a quella “Bruci la città” divenuta poi uno dei suoi più grandi successi le dispiacque?
“Nel 2007 l’Italia non era ancora rientrata nell’Eurovision, quindi un’eventuale vittoria non mi avrebbe aperto nuove opportunità. Col senno di poi, meglio così. Se avessi vinto, infatti, sarebbe stato merito del Festival mentre in realtà fu dell’alchimia tra me e l’autore, Francesco Bianconi, ma anche demi lla mia manager del tempo Francesca Pellegrini che ebbe l’intuizione di farci incontrare. Una bella intesa, visto che di lì a tre anni Francesco mi scrisse un’altra canzone molto fortunata quale ‘La cometa di Halley’”.
Vasco Rossi, Pino Daniele, Luciano Pavarotti. Ha cantato coi più grandi. Ce l’ha un ricordo da tenersi stretto?
“Il mese scorso sono andata a festeggiare Pavarotti al Teatro Asioli di Correggio ed è stata una gran bella serata. Anche se sono passati 25 anni, mi vengono ancora i brividi al ricordo della ‘Guarda che luna’ condivisa assieme sul palco del Pavarotti & Friends. Il produttore Michele Centonze fece un gran lavoro sugli arrangiamenti per consentire a me e al Maestro d’interpretarla al meglio quel pezzo di Buscaglione. Ero ammirata dal coraggio con cui uno straordinario interprete lirico come Luciano, il più grande del mondo, si mettesse a disposizione di artisti e repertori che conosceva poco o niente. E poi c’era quell’atmosfera solare, accogliente, amichevole, emiliana a rendere tutto speciale. La stessa che ho ritrovato a Correggio in occasione del Pavarotti d’Oro”.