Roma, 28 dicembre 2025 – La manovra economica, la quarta del governo Meloni, arriva all’ultimo giro di boa. Ieri, in Commissione Bilancio della Camera, è cominciato l’esame finale del testo licenziato dal Senato, con i deputati collegati da remoto. Una situazione che non ha impedito la presentazione di 949 emendamenti, tutti dell’opposizione: un’ottantina quelli firmati dal Pd. Ma ulteriori modifiche sono praticamente impossibili: anche una piccola variazione comporterebbe una terza lettura al Senato e l’inevitabile ricorso all’esercizio provvisorio. Ipotesi che l’esecutivo esclude categoricamente.

Oggi la Commissione tornerà a riunirsi per il voto degli emendamenti. Poi il testo passerà in aula, dove il governo porrà la questione di fiducia. Il via libera definitivo della legge è previsto per martedì 30 dicembre. Del resto, dopo due mesi di discussione in Senato, con interi capitoli riscritti e altri inseriti ex novo che hanno fatto lievitare le dimensioni della legge da 18 a oltre 22 miliardi di euro, spazi per riaprire la discussione a Montecitorio non ce ne saranno. Un percorso che di fatto ha escluso dalla discussione uno dei rami del Parlamento, definito “tortuoso” dallo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. E che ha innescato nuove polemiche sul fronte dei partiti dell’opposizione, che hanno parlato di una “seconda lettura farsa”, accusando la “destra di essere allergica al Parlamento”.
Di tutt’altro avviso Maurizio Casasco, responsabile economico di Forza Italia, che rivendica il contributo del suo partito “alla crescita del Pil”, con le misure per le imprese, ma non risparmia una critica al titolare dell’Economia: “Giorgetti è un ottimo ministro. Ma per le prossime volte sarebbe meglio condividere prima le norme a livello tecnico e non rincorrerle dopo, come è accaduto”. Il piatto forte resta sicuramente la rimodulazione dell’Irpef, con il taglio dell’aliquota intermedia dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro, la quinta edizione della rottamazione, gli alleggerimenti per i rinnovi contrattuali per i redditi bassi e le detassazioni per i premi di produttività. Ma – a leggere il riepilogo degli effetti finanziari contenuto nella documentazione messa a disposizione ieri per i parlamentari della Camera – a fronte di 7,9 miliardi di minori entrate previste dagli interventi, ci sono 9,6 miliardi di maggiori entrate. Prelievi che, comunque, pesano in gran parte su banche e assicurazioni.
Non mancano però i meccanismi di tassazione diretta che arrivano sulle tasche dei cittadini, come l’imposta di 2 euro sui piccoli pacchi extra-Ue, l’aumento delle accise sui carburanti e quelle sui tabacchi, la cedolare sugli affitti brevi che sale dalla seconda casa locata in poi. Per le coperture, il quadro di sintesi elaborato dalla Camera indica anche tagli alle spese per 6,7 miliardi. In particolare risaltano i tagli ai ministeri: circa 3,7 miliardi nel 2026, 2,9 miliardi nel 2027 e 3 miliardi nel 2028. Per quanto riguarda il conto complessivo ai fini del deficit e del fabbisogno, vengono utilizzati circa 5 miliardi che provengono dalla rimodulazione del Pnrr.
La legge di Bilancio contiene poi una raffica di micromisure: dai 2,5 milioni in due anni per le Misericordie d’Italia al milione a testa stanziato per l’associazione degli educatori finanziari, per il Centro di neuroscienze avanzate dell’Università della Calabria e per l’Ippodromo di Capannelle a Roma. Fondi andranno a restauri di basiliche, santuari e fontane, fondazioni e associazioni. E 100 mila euro per due anni arriveranno alla Onlus mantovana Gattorandagio. Mentre governo e FdI puntano sul decreto Milleproroghe per tornare alla carica sul fronte del condono edilizio, che non è riuscito a superare lo scoglio del Parlamento.