Roma, 2 gennaio 2026 – “Quando tre dei miei agenti mi hanno chiamata contemporaneamente, ho capito che si trattava di qualcosa di piuttosto speciale. ‘Riceverai una telefonata’. E in effetti l’ho ricevuta, era da Rian Johnson”. Glenn Close ricorda il primo incontro con il regista di Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery. Il terzo film, dopo Cena con delitto (2019) e Glass Onion (2022), dedicato alle indagini dell’eccentrico detective Benoit Blanc interpretato da Daniel Craig e disponibile su Netflix.
Dopo aver raccontato il contrasto tra ricchi e poveri e l’avidità delle classi privilegiate, ora il regista si misura con temi ancora più complessi: la fede e il fanatismo ideologico. Lo fa attraverso Jud Duplenticy, giovane prete con un passato da pugile con il volto di Josh O’Connor, spedito in una parrocchia rurale fuori New York guidata da Monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin). Un sacerdote capace di allontanare tutti i parrocchiani con le sue prediche severe. Tutti tranne un piccolo gruppetto di fedelissimi con il volto di Jeremy Renner, Kerry Washington, Andrew Scott, Cailee Spaeny e Daryl McCormack. Almeno fino a quando non viene ucciso nel bel mezzo di una funzione. Un omicidio impossibile per un giallo da camera in piena regola in cui Johnson non fa sconti a nessuno: dal populismo che radicalizza le masse all’uso dei social che genera mostri egocentrici.
“Amo i murder mystery. Crescendo abbiamo visto film d’epoca ambientati in Inghilterra, in piccoli villaggi senza tempo. Ma lavorando alla saga di Knives Out ho capito che non è quello che faceva Agatha Christie”, spiega il regista. “Non scriveva romanzi d’epoca, ma sempre al suo tempo e del suo tempo. E nel giallo, proprio perché stai costruendo una piccola struttura di potere all’interno dei sospetti, qualcuno in cima verrà ucciso. Un ottimo modo per creare un microcosmo della società. Mi sembrava uno strumento molto potente per parlare, in modo divertente, del presente”.
Al centro del film la figura del viceparroco di Josh O’Connor, un uomo che incarna il conflitto tra i pugni chiusi di chi è in lotta e le braccia aperte dell’accoglienza del prossimo che il suo ruolo rappresenta. “Adoro una battuta del film che dice: ‘Dio mi ama quando sono colpevole’”, afferma l’attore. “Questo personaggio chiuso ha trovato una via d’uscita aprendosi. È commovente l’idea di un Dio amorevole che perdona tutto e comprende l’umanità come qualcosa di imperfetto”.
Una visione opposta a quella del personaggio di Glenn Close, la fidata assistente della vittima, Martha Delacroix. “Penso che per lei la Chiesa sia decisamente come una setta”, sottolinea l’attrice. “Nel film indosso un crocifisso che mi diede mio padre e che prese a San Pietro negli anni ’70. L’avevo già indossato ne La casa degli spiriti dove interpretavo una donna molto religiosa e ho pensato si addicesse anche a Martha”. E mentre su Netflix il film è schizzato in testa alla classifica dei titoli più visti, Johnson pensa già al futuro. “Io e Daniel stiamo già discutendo su cosa potrebbe essere incentrato il prossimo Knives Out”, svela il regista. “Non lascerei mai la serie in mano a nessun altro. Se smettessimo di divertirci, la saga sarebbe finita. Gira tutto intorno a Daniel e me che realizziamo questi film insieme e alla gioia che provo nel farli”.