Roma, 2 febbraio 2026 – È una corsa contro il tempo che rischia di trasformarsi in una falsa partenza. Il vertice di maggioranza, convocato d’urgenza a Palazzo Chigi sull’onda emotiva del pestaggio di Torino, si chiude con una fumata grigia. Nessun provvedimento immediato, solo la certezza che il “pacchetto sicurezza” – composto da un decreto e un disegno di legge – arriverà domani sul tavolo del Consiglio dei ministri. Ma cosa conterrà davvero, resta un mistero. Per tutta la mattinata lo stato maggiore del governo — Giorgia Meloni, i due vicepremier (con Antonio Tajani collegato in video), i ministri di Interno, Giustizia, Difesa e i vertici delle forze dell’ordine — ha cercato la quadra, finendo per improvvisare all’ultimo minuto un appello alle opposizioni «a una più stretta collaborazione istituzionale», anche alla luce «delle recenti dichiarazioni della segretaria del Pd, Elly Schlein». In concreto, si tratterebbe di votare una risoluzione unitaria quando il ministro Matteo Piantedosi si presenterà in Parlamento. Il problema è il “quando”. Oggi alla Camera è prevista l’informativa del titolare del Viminale alle 14, ma il regolamento non prevede votazioni e le trattative per forzare il format non sono decollate. Più probabile che si cerchi l’intesa al Senato: se ne discuterà nella conferenza dei capigruppo delle 15, ipotizzando un voto sulle comunicazioni relative ai fatti di Torino per domani.
In ogni caso, l’appello della premier, che suona come una trappola studiata su misura per il Pd, sembra destinato a cadere nel vuoto. Nonostante i telefoni roventi, l’opposizione risponde in ordine sparso. Giuseppe Conte è il primo a reagire: «Siamo pronti a condividere una risoluzione, ma solo se impegna il governo ad ascoltare le nostre proposte». Netta pure la chiusura di Avs, con Nicola Fratoianni che bolla la richiesta come «una scatola vuota». Più sfumato il centro. I renziani avvertono che la sicurezza «è un’emergenza nazionale e non va sottoposta a logiche di parte». Calenda apre uno spiraglio («Esamineremo la risoluzione senza pregiudizi»), mentre Riccardo Magi (+Europa) taglia corto: «È un ricatto».
Tra i democratici l’imbarazzo è palpabile. Se la cavano scegliendo l’ambiguità, anche se il «no» è implicito: «Attraverso la segretaria, il Pd ha già chiesto di non fare strumentalizzazione politica su questo tema. Ma se il governo intende approvare mercoledì nuove misure, su di esse ci confronteremo in Parlamento», dichiarano i capigruppo Francesco Boccia e Chiara Braga.
Il caos delle opposizioni riflette la confusione che regna nella maggioranza, dove le misure più qualificanti del pacchetto sono a rischio. L’ipotesi di una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni è stata bocciata da Forza Italia. «È difficile da attuare», spiega Maurizio Gasparri. «Io posso essere l’organizzatore, ma qualcuno può compiere atti violenti in piazza quando io sono andato via». Il fermo preventivo è ancora nel pacchetto di proposte preparato dal Viminale (a differenza della cauzione), ma rischia di infrangersi contro i dubbi del Colle. Il Quirinale è perplesso sulla possibilità di operare fermi puramente discrezionali di dodici ore, che Salvini vorrebbe addirittura portare a 48. Anche lo scudo penale per le forze dell’ordine va scritto in punta di penna per evitare il rischio, segnalato sempre dal Quirinale, di confliggere con il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Si sta valutando una norma che non renda automatica l’iscrizione nel registro degli indagati, ma che valga per tutti. Sono inoltre in corso riflessioni tecniche sul potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani (Dacur).
Il Capitano insiste sia sullo scudo che sul fermo, aggiungendo all’elenco una quantità di misure che vanno dallo sgombero delle seconde case occupate all’uso allargato del taser. Entro domani i tecnici dovranno trovare la quadra, ma difficilmente le norme più gravate dall’ombra dell’incostituzionalità troveranno spazio nel decreto. Al posto del fermo preventivo, potrebbe subentrare un Daspo allargato, in base al quale sarebbe vietato manifestare a chi ha subito denunce o condanne negli ultimi cinque anni. Ma tra risoluzioni parlamentari, decreti e disegni di legge, tutto resta avvolto nella nebbia. E lo resterà, probabilmente, fino all’ultimo minuto.