Dazi Usa, il direttore dello Iai: “Controdazi dannosi. Meglio gli eurobond”

Roma, 20 gennaio 2026 – Sarebbe sbagliato stare fermi ma anche rispondere con le stesse armi di Trump. Per Marco Simoni, ex consigliere a Palazzo Chigi, docente alla Luiss e, da dicembre, direttore-eletto dell’Istituto Affari Internazionali (il think tank fondato nel 1965 da Altiero Spinelli), sarebbe meglio utilizzare strumenti alternativi ai dazi. E, da questo punto di vista, l’Europa può giocare una partita decisiva.

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MARCO SIMONI, LUISS UNIVERSITY

Professore, il rischio di una nuova guerra commerciale ha già avuto un primo effetto sui mercati azionari. Che cosa dobbiamo aspettarci?

“La strategia di Trump, che non considera più vincolanti le regole internazionali, crea grande incertezza e, quindi, destabilizza l’intera economia. Fino ad ora siamo riusciti a evitare una guerra commerciale che, come si sa, fa male a tutti. Anche perché si sa come comincia e non si sa come può finire”.

Ma che cosa può fare l’Europa per evitare il peggio?

“È il momento di agire. E deve farlo subito. L’acquiescenza rispetto alle iniziative di Trump non basta. Lo abbiamo già sperimentato qualche mese fa”.

Quindi, ha fatto bene Bruxelles ad annunciare controdazi per 93 miliardi di euro?

“È la tipica arma che si mette sul tavolo delle trattative per non essere usata, ma solo per far capire che siamo pronti a reagire. È un gioco molto rischioso, nel quale se si sbaglia una mossa perdono tutti, con conseguenze importanti. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che i dazi sono un tassa che colpisce soprattutto i consumatori del Paese che decide di alzare le tariffe. Quindi, se l’Europa alza le imposte sui beni proviente dagli Usa, pagheranno un prezzo anche i consumatori europei”.

Ci sono strumenti alternativi?

“Le armi più forti che l’Europa può utilizzare sono quelle indirette. Voglio farle un esempio. Nel marzo del 2025 Olivier Blanchard, capo economista dell’Fmi, propose ai Paesi europei di mettere insieme, in una grande contenitore finanziario, delle quote dei rispettivi debiti pubblici per poi emettere eurobond da vendere sul mercato. Se lo facessimo ora, creeremmo un mercato molto liquido che sarebbe un’alternativa a quello dei titoli americani, indebolendo il dollaro e, quindi, colpendo gli Usa forse più dei dazi. Questo per dire che sarebbe sbagliata la logica di chi dice “occhio per occhio, dente per dente”. Sarebbe sbagliato contrattaccare sullo stesso livello, alimentando una escalation di misure e contromisure. Ma la soluzione può essere, invece, quella di un rafforzamento dell’Europa e dei suoi valori. Possiamo, finanziare tecnologie alternative a quelle Usa o far valere, sulle grandi piattaforme multimediali americane, le nostre regole in materia di copyright o di tutela dell’informazione”.

Insomma, sta dicendo che l’Europa non dovrebbe alzare nuove barriere doganali?

“La strategia è diversa. L’Ue ha approvato il trattato con l’Indonesia. Poi è arrivato quello de Mercosur, da 25 anni in stand by. Tutti segnali di un mondo che, contrariamente a Trump, vuole continuare a vivere con un sistema basato sul rispetto delle regole”.

Quali possono essere, invece, le conseguenze sul nostro Paese?

“Le vendite verso gli Usa valgono più o meno il 10% delle nostre esportazioni. E, le nostre imprese, si stanno muovendo ad un ritmo molto più veloce rispetto a quello dell’Europa, cercando quotidianamente nuovi mercati di sbocco. Il vero problema, più che le esportazioni, è l’incertezza economia. È questo l’aspetto che pesa di più sull’economia e sulla crescita”.