Nizza Monferrato (Asti) – Le colline astigiane, per giorni custodi di un segreto inconfessabile, alla fine hanno restituito la verità. Non è più il tempo del dubbio né delle fragili ipotesi. Domenica pomeriggio, la maschera di Alex Manna, 19 anni, si è frantumata: dopo ore di versioni contraddittorie ha ammesso l’omicidio di Zoe Trinchero, 17 anni. Mentre l’Astigiano attende la data dei funerali, che coinciderà con quella del lutto cittadino, la comunità si interroga su una violenza nata dal più arcaico e atroce dei motivi: un rifiuto. Il crollo del giovane è arrivato dopo un lungo interrogatorio condotto dai carabinieri.
“Le ho dato uno o più pugni, non so perché”. La confessione di Alex Manna e le ultime ore di Zoe
Manna aveva inizialmente tentato di sviare i sospetti su un residente locale nordafricano, che aveva persino rischiato il linciaggio ad opera di una trentina di residenti, ma la sua narrazione è naufragata di fronte alle incongruenze rilevate dagli inquirenti. Messo alle strette, ha ammesso la sua responsabilità con parole che descrivono un impulso cieco e privo di logica: «L’ho colpita con uno o più pugni, non ricordo. Io facevo boxe. Non so perché l’ho fatto. Comunque non l’ho buttata giù nel canale, l’ho lasciata cadere». Frasi che per la procura potrebbero confermare la futilità del movente: una furia esplosa davanti a un approccio non gradito.

Il corpo di Zoe è stato rinvenuto nel greto di un ruscello (quello che Manna chiama ’canale’), ma solo l’autopsia stabilirà se la morte sia sopraggiunta per strangolamento, o battendo la testa durante la caduta. Dai primi rilievi del medico legale, si evidenziano traumi cranici e segni di asfissia compatibili con uno strangolamento a mani nude. Un dettaglio lacera più di altri: il dubbio se dei soccorsi immediati avrebbero potuto salvarla, visto che Alex si è allontanato senza chiedere aiuto o senza prestare soccorso.
Per la risoluzione del giallo, cruciale è stata la testimonianza di Nicole, l’amica che per ultima ha visto Zoe viva. Il suo racconto ha permesso di isolare il lasso temporale in cui la vittima è rimasta sola con l’aggressore. La società civile ha risposto con una mobilitazione imponente. Il movimento «Non una di meno» ha portato centinaia di persone nelle strade: non una veglia silenziosa, ma un grido di rabbia contro la cultura del possesso. Il nome di Zoe è stato scandito tra le vie della provincia, trasformando un dramma privato in un atto d’accusa collettivo che oggi domina il dibattito pubblico.
Alex Manna è in stato di fermo con l’accusa di omicidio volontario. Intanto gli inquirenti vagliano l’aggravante della crudeltà, mentre l’analisi dei telefoni cellulari servirà a capire se vi siano stati messaggi o minacce precedenti all’incontro. La giustizia seguirà i suoi tempi tecnici, ma per l’astigiano la sentenza sociale è già scritta nel vuoto lasciato da un «no» che nessuno è stato in grado di proteggere.