“Papi, musica”. È una canzone nata strimpellando qualcosa alla chitarra per esaudire i desideri della sua piccola quella con cui Ermal Meta torna al Festival per lasciare un segno tra ossessioni e avvoltoi di questa 76ª edizione. «Ho iniziato a buttare giù qualche nota ed è caduta dal nulla questa Stella stellina accompagnata dallo sguardo della bambina di Gaza che mi aveva trafitto poco prima gironzolando sul web» racconta Ermal, 44 anni, rovistando tra i ricordi di una notte insonne. «Così, una volta messa a letto la mia Fortuna Marie, sono sceso nello studio di casa per provare a sviluppare quell’idea, senza riuscire ad evitare quegli occhi di bimba che continuavano a fissarmi qualsiasi cosa facessi. Perché come glielo spiega un adulto a una ragazzina palestinese quel che sta accadendo alla sua terra? Mi sono messo nei panni di un uomo che tra le macerie trova una bambola e da lì parte la storia, seguendo la melodia circolare che m’era venuta suonando per mia figlia».
“Stella stellina / La notte si avvicina / Non basta una preghiera / per non pensarci più / Dalla collina si attende primavera / Ma non c’è quel che c’era / Non ci sei più tu” dice la canzone.
«Dal tono può sembrare che mi immedesimi in qualcun altro, ma in realtà parlo con una parte di me stesso. Convinto pure lui che la guerra non si può umanizzare, ma solo abolire».

Pronto alla reazione di web e social?
«Sono cintura nera nella sopportazione di polemiche. Credo che il cantautore abbia il dovere di raccontare quello che sente. Quando ti esponi, sei pronto a tutto. Innanzitutto, a difendere quel che dici e quel che credi. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di espressione e io non mi metto di sicuro la mordacchia da solo».
Il brano è arrangiato e prodotto da Dardust, con cui condivide la serata delle cover per eseguire Golden hour di Jvke.
«Così come l’avevo abbozzato era un po’ troppo alla Bregović e temevo suonasse un po’ datato, così ho chiamato il più bravo. Quando Dario-Dardust mi ha rimandato il file, sono caduto dalla sedia: era esattamente quel che avevo in mente».
Nella canzone non c’è mai la parola Gaza.
«Non occorre il nome, perché i riferimenti sono chiari. E poi, purtroppo, al mondo ci sono tante altre situazioni di quel tipo, basta pensare all’Ucraina o allo Yemen. Anche se la canzone indaga più i sentimenti che i fatti. Tutto nasce dall’ispirazione che, scomodando la copertina di un celeberrimo album del rock, assomiglia a un fascio di luce. Io sono un prisma che lo scompone destinandolo in tante direzioni diverse».
In caso di vittoria accetterebbe di partecipare (nuovamente) all’Eurovision?
«Ci sono più modi, tutti legittimi, per protestare; uno è il silenzio, uno è boicottare e un altro è esserci e cantare i propri testi in faccia alla gente. Per uno come me, che a dieci-dodici anni scendeva in piazza durante le proteste contro il regime di comunista albanese al collasso, sarebbe sbagliato non andare».
L’ha preparata la giacca da indossare venerdì al Quirinale?
«Sono uno a cui mette ansia già essere ricevuto dal presidente della Sony, figurarsi da quello della Repubblica. Stimo molto Mattarella per la sua integrità e per il prestigio internazionale che continua a dare al Paese».
Nella settimana di Sanremo esce il suo sesto album, Funzioni vitali.
«Un giro d’orizzonte del mio mondo. Sulla foto di copertina ho voluto una serie di oggetti, tra cui un orologio fermo sulle 2:11, che è l’ora in cui è nata Fortuna, e io con addosso la camicia della mia compagna Chiara, perché la vita mi ha fatto crescere tra donne, che rimangono il mio riferimento assoluto».
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Il 29 aprile parte da Perugia il suo “2026 Club Tour”.
«E non vedo l’ora, perché i viaggi da un locale all’altro con i compagni de La Fame di Camilla rimangono il mio primo amore. Una scuola di vita pazzesca».
Oltre a Fortuna, ha altre due ragazze, adottate lo scorso anno. Che padre intende diventare per le sue figlie?
«Non so che padre voglio essere. Ma solo esserci. Esserci, quando cadono, quando si rialzano. Insomma, quello che è mancato a me nella vita».