Un sistema di caporalato violento, fatto di botte, insulti e minacce ai familiari in Pakistan, è emerso al tribunale di Grosseto. Un operaio agricolo fu anche picchiato perché ritenuto “lento” e finì in ospedale con trauma cranico e fratture. Il 16 febbraio si terrà l’udienza preliminare per i caporali e i loro complici.
Non solo paghe da fame, turni massacranti e precarietà sotto ricatto continuo: dalle carte dell’inchiesta affiora un quadro ancora più aggressivo di sfruttamento nelle campagne maremmane. I fatti risalgono al 2022 e sarebbero avvenuti a Paganico. Secondo le testimonianze, i caporali si disponevano ai lati opposti dei campi urlando insulti in lingua urdu – “figlio di cane”, “figlio di puttana” – e minacciando percosse per ogni presunta lentezza. In un caso, le minacce si trasformarono in violenza: l’operaio pakistano riportò trauma cranico, contusione al braccio destro, frattura delle ossa nasali e cefalea, con 17 giorni di prognosi al pronto soccorso dell’ospedale di Grosseto.
I braccianti, impiegati in potatura, vendemmia e zappatura tra Grosseto, Siena e Orbetello, venivano trasportati su furgoni da un fondo all’altro, senza accesso a bagni, acqua potabile o punti di ristoro. Le indagini del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro hanno ricostruito un sistema di reclutamento di lavoratori pakistani in stato di bisogno, con aziende intestate a prestanome ma gestite di fatto dai caporali, contributi non versati e società chiuse dopo due anni per eludere i controlli. Chi tentava di ribellarsi veniva minacciato con ritorsioni sui familiari, anche attraverso immagini di fucili d’assalto inviate via WhatsApp. La prima denuncia, presentata nel settembre 2022 con l’assistenza della Flai Cgil, ha rotto il muro dell’omertà, seguita poi da quelle dei colleghi.
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