Bill Skarsgård senza trucco per Gus Van Sant: «La ribellione è la linfa di una società giusta»

Roma, 19 febbraio 2026  – È stato il terrificante pagliaccio ballerino Pennywise in It di Andy Muschietti e il conte Orlock nel Nosferatu di Robert Eggers. Ruoli che ne hanno evidenziato le capacità trasformative. Ma ora Gus Van Sant ha tolto tutti gli strati di trucco prostetico dietro cui era nascosto per mostrarci il suo talento senza filtri. Bill Skarsgård è il protagonista de Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire, nei cinema dal 19 febbraio dopo il passaggio fuori concorso a Venezia 82. Un film ispirato alla storia vera di Anthony Kiritsis, uomo residente a Indianapolis che, in ritardo con le rate del mutuo, si ritrova a chiedere una dilazione al suo agente immobiliare, M. L. Hall (Al Pacino). Al suo rifiuto si convince che l’uomo e suo figlio Richard (Dacre Montgomery) vogliano mettere le mani sulla sua proprietà. Per questo, la mattina dell’8 febbraio 1977, entra nell’ufficio di Hall con un fucile a canne mozze prendendo in ostaggio Richard. Da lì prende il via un sequestro le cui trattative, trasmesse in diretta tv, hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani per quasi tre giorni.

Bill Skarsgård il suo personaggio compie un’azione estrema spinto da un’ingiustizia. Come società dovremmo ribellarci di più anche noi a ciò che riteniamo sbagliato?

«Credo che la ribellione sia essenziale. Quando una società si allontana dalla sua etica e dai suoi valori morali, osare e alzare la voce contro tutto questo è fondamentale. È la linfa vitale di una società giusta».

Perché ha deciso di accettare un ruolo così stratificato?

«Il semplice fatto che Gus volesse lavorare con me. La possibilità di collaborare con un maestro come lui, di cui sono fan da sempre, mi ha reso entusiasta. Poi la sceneggiatura e la storia vera erano così incredibili, «larger than life«. È uno di quei ruoli complessi e stimolanti che sei fortunato a ricevere. Ero davvero emozionato all’idea di approfondirlo».

Cosa pensa che il pubblico troverà in questa storia?

«Sotto molti aspetti è un film rilevante per i nostri tempi. Ci sono parecchi parallelismi tra la fine degli anni ’70 e la situazione mondiale odierna, in particolare per quanto riguarda gli Stati Uniti. Quello che raccontiamo è attuale oggi tanto quanto lo era quasi 50 anni fa. Per il resto, spero che il pubblico sia attratto dalla qualità del film. È un thriller, ma anche una sorta di commedia nera. Trovo molto interessante il rapporto di strana simbiosi che si sviluppa tra Tony e il suo ostaggio. Spero che il pubblico lo trovi divertente, si emozioni e, al tempo stesso, rifletta».

Il film mostra come la tragedia sia diventata intrattenimento. Un meccanismo in grado di cambiare?

«È un tema interessante. Quando accaddero i fatti reali ci fu una copertura live h24 che seguiva la situazione mentre si evolveva. Erano le prime fasi del giornalismo non-stop, che oggi ovviamente viviamo “sotto steroidi”. Siamo tutti in competizione per l’attenzione: più forte è la reazione emotiva che susciti, più attenzione generi».

I social media hanno accentuato il problema?

«È un terreno scivoloso, considerando che camminiamo tutti con questi piccoli computer in mano che ci inviano notifiche costanti. Più qualcosa è sensazionalistico, più gli prestiamo ascolto. Penso spetti al singolo individuo gestire il tutto con maturità e capire quando staccare. Altrimenti rischiamo che tutto questo ci consumi la vita».