Napoli, 21 febbraio 2026 – C’è un silenzio che non appartiene a Napoli, un silenzio che questa mattina si è arrampicato sulla collina dei Camaldoli e si è fermato lì, tra i corridoi bianchi dell’ospedale Monaldi. Alle 9.20, l’ora in cui la città di solito accelera il suo passo caotico, il piccolo Domenico ha smesso di lottare. Aveva solo due anni e mezzo. Un tempo infinitesimo, consumato quasi interamente in una trincea di tubicini, monitor e speranze appese a un filo sottile che si è spezzato all’alba, quando una luce livida ha illuminato l’ultimo atto di un dramma che ha tenuto il Paese col fiato sospeso. A dare la notizia l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, informato con un sms dalla mamma del piccolo, Patrizia Mercolino. Tutto è precipitato prima dell’alba. La mamma è stata chiamata alle 4. Poi alle 5.30 un arresto cardiaco improvviso, un sussulto in quel petto che da due mesi ospitava un organo che non era mai riuscito a diventare davvero “suo”. Quindi il lento e inesorabile scivolare verso le cure palliative aveva segnato il confine tra la medicina dell’eroismo e quella del rispetto, che evita l’accanimento e si ferma ai cancelli dell’umana conoscenza. Domenico era diventato, suo malgrado, il simbolo di un’Italia che sa piangere ma che fatica a darsi risposte.

“È morto tra le lacrime dei genitori, dei padrini di battesimo e dei medici che gli erano accanto. È stato un momento molto duro”. Padre Alfredo Tortorella, cappellano dell’ospedale Monaldi di Napoli, ha accompagnato la famiglia del piccolo fino all’ultimo respiro di Domenico. “Ho avvisato l’arcivescovo Battaglia, il quale ha procrastinato i suoi appuntamenti per venire. Nel giro di mezz’ora è arrivato dalla curia (ha imposto l’estrema unzione, ndr). Siamo rimasti lì tutto il tempo, fino a quando il bambino non è spirato, accanto alla madre. È entrato anche il papà ed è stato presente nel momento finale”. Domenico era stato operato il 23 dicembre, mentre fuori si accendevano le luci di Natale. Il cuore donato da un altro bimbo che aveva perso la vita doveva segnare una rinascita. Ma era stato danneggiato durante il trasporto da Bolzano. Così l’intervento si è trasformato in un calvario lungo sessanta giorni, scandito da una degenza passata interamente in terapia intensiva, collegato a quella macchina – l’Ecmo – che sostituiva le sue funzioni vitali ma che non poteva sostituire il futuro.

Questa mattina, in quel reparto dove si cammina in punta di piedi, l’atmosfera era quella di una liturgia muta. Al capezzale del bambino è arrivato anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, per l’estrema unzione. Mentre il mondo politico inviava i primi messaggi di cordoglio (la premier Meloni l’ha definito “piccolo guerriero” assicurando che non sarà dimenticato), Napoli ha risposto con un dolore più intimo. Fuori dai cancelli del nosocomio, dove nei giorni scorsi si erano radunati parenti e curiosi, oggi c’è solo il viavai sommesso di chi sa che non c’è più nulla da aspettare, di chi lascia biglietti “ti abbiamo amato come un nostro figlio”, fiori, preghiere.
Domenico, il legale della famiglia: “La mamma gli e’ stata vicino fino all’ultimo”
Il cuore ‘bruciato’, quel box di plastica diventato protagonista di un’inchiesta, resta un dettaglio tecnico di fronte al vuoto immenso lasciato da una culla rimasta vuota. Il funerale, in attesa del nulla osta della Procura, verrà celebrato fra giovedì e venerdì. Al di là della motivazione che verrà indicata sul referto oggi ciò che rimane è la memoria di una battaglia silenziosa combattuta in un letto d’ospedale, tra l’odore di disinfettante e le carezze di chi, fino alla fine, ha sperato che quel cuore, seppur malato, potesse trovare la forza di battere da solo.