Roma, 22 febbraio 2026 – E dunque, alla fine, dopo la rabbia e le lacrime, cosa resta di Domenico? Cosa resta, a tutti noi che siamo qui a guardare, di questa storia che interroga le profondità delle nostre paure, del nostro stesso essere vivi? E cosa resta di quei due piccoli cuori – quello donato, bruciato per errore, e quello espiantato – diventati paradigma di quanto meravigliosi, fragili e assurdi possano essere la scienza, la fede, il progresso e quindi, in ultima istanza, l’umanità tutta?
Quando muore un bambino non è solo una famiglia che sprofonda. È la modernità che inciampa, si congela ed è costretta a interrogarsi. È quello che abbiamo fatto, che stiamo facendo, dal momento in cui la storia del Monaldi di Napoli ci ha catapultato nella trama di un incubo che non ha lieto fine, ma che pure non è privo di luce: dolore e vita insieme. Fallimento e salvezza intrecciati. Umanità, appunto. E quindi contraddizioni che ci lacerano il petto, ma che dobbiamo imparare a guardare con saggezza e con coraggio.
Domenico aveva due anni. È morto dopo un trapianto di cuore che avrebbe dovuto salvarlo. Prima di lui, era morto il bambino che quel cuore lo aveva donato. Un altro piccolo, un’altra madre e un altro padre, e il coraggio di un sì pronunciato senza rete, senza tornaconto, senza garanzia: l’amore. Che cosa è questo donare dal buio dell’abisso, dal lutto della morte, se non amore? Amore per il prossimo, amore per la vita.
La donazione degli organi è questo in fondo, e nient’altro. È dire: la vita non finisce qui, un organo non muore con l’Io. È accettare che possa attraversare la soglia, cambiare casa, diventare battito in un altro petto. Vivere dentro un’altra vita. Essere qualcosa d’altro per qualcun altro.
Un cuore – un fegato, un rene, un polmone – come materia viva che può continuare a pulsare altrove: la prova che l’identità non è un recinto chiuso, ma un ponte.
Cosa c’è di più straordinariamente umano di questo?
Se quel ponte si spezza per errore, la ferita è doppia: tecnica ed etica, medica e spirituale. Perché si spezza soprattutto un atto di amore.
E tuttavia non possiamo trasformare questa tragedia in un’accusa contro la medicina dei trapianti. Sarebbe ingiusto, oltre che pericoloso. In Italia si effettuano 190 trapianti pediatrici l’anno. Centonovanta possibilità di vita. Si può sbagliare, ma non ci si può fermare.
Il secondo cuore, quello che Domenico non ha potuto ricevere – perché ormai non era più nelle condizioni di affrontare un altro intervento -, oggi batte nel petto di un bambino della sua stessa età, operato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Eccole le contraddizioni: le luci che permangono pur senza il vero lieto fine. Quando muore un bambino, è vero, moriamo un po’ tutti. Ma a noi resta a maggior ragione un obbligo morale: fare meglio. A noi resta il dovere di rendere più sicuri i protocolli, più trasparenti le parole, più umile la scienza davanti alla vita che pretende di salvare. A noi resta la necessità di non cedere alla tentazione del sospetto facile, della sfiducia che paralizza, dell’accusa gridata prima ancora di conoscere.
Resta, soprattutto, il dono: quello di un cuore per un altro cuore e quello di una donna – Patrizia, la mamma di Domenico – che ha scelto la misura chiedendo verità, non vendetta. Ha scelto di non perdere la tenerezza. E ha deciso che il nome di suo figlio non sarà soltanto una lapide, ma una fondazione. Dunque, un altro piccolo pezzo di futuro.
Sarebbe bello che un giorno, pensando a Domenico, potessimo dire che da quella tragedia sono nati un sistema più attento, una medicina più prudente, una comunità più consapevole. Che il suo nome sia stato un seme.
Sarà una responsabilità e sarà un impegno. Sarà, ancora una volta, un atto d’amore.