Bruxelless, 26 febbraio 2026 – Il dibattito infuria sulla necessità di riformare i trattati o di creare un’avanguardia federale di Stati membri disposti a mettere in comune l’euro, la fiscalità, la politica estera e la difesa, e in grado di prendere decisioni a maggioranza. Ma al di là delle possibili scelte politiche a medio termine, ci troviamo ora di fronte a una questione costituzionale più profonda che deve essere chiarita con urgenza: il veto deve essere esercitato nel quadro dei principi costituzionali dell’Unione?
La risposta breve è sì. I trattati prevedono l’unanimità in alcuni settori, in particolare nella politica estera e di sicurezza. Il disaccordo basato su valutazioni politiche diverse o su interessi nazionali percepiti non solo è legittimo, ma è anche inerente al processo decisionale intergovernativo.
Il Belgio ha bloccato il piano di confisca dei beni russi, temendo dure ripercussioni legali in quanto Stato ospitante di Euroclear. Cipro e Grecia hanno cercato di proteggere gli interessi dell’industria marittima nel contesto delle sanzioni russe. Potremmo non essere d’accordo politicamente con queste posizioni, ma non sono illegittime a prima vista.
Non si tratta semplicemente di una questione di dissenso politico. L’Ungheria ha utilizzato e abusato più volte del veto, sia come puro ostacolo (come nel caso dell’assistenza militare dell’UE all’Ucraina) sia come leva per ottenere concessioni non correlate (il veto su Next Generation per rallentare la condizionalità dello Stato di diritto). Finora, le istituzioni e le capitali dell’UE non hanno contestato la legalità della strategia di Orbán.
Ma questa volta potrebbe essere diverso. Il governo ungherese ha pubblicamente e apertamente collegato la sua ostruzione all’assistenza finanziaria all’Ucraina e alle ulteriori sanzioni contro la Russia all’ottenimento di un vantaggio in una controversia bilaterale non correlata riguardante le infrastrutture energetiche e i trasporti. Inoltre, Orbán ha boicottato il consenso del Consiglio europeo sul prestito bilaterale all’Ucraina che inizialmente aveva sostenuto.

Come ha affermato il presidente del Consiglio europeo, António Costa, “quando i leader raggiungono un consenso, ci si aspetta che lo rispettino; il mancato rispetto costituisce una violazione del principio di leale cooperazione sancito dai trattati”. Non si tratta semplicemente di una dura trattativa. Si tratta di una violazione del trattato stesso.
L’articolo 4, paragrafo 3, del trattato sull’Unione europea chiarisce il “principio di leale cooperazione”, che stabilisce che gli Stati membri devono “facilitare l’adempimento dei compiti dell’Unione”. Nel campo della politica estera e di sicurezza, l’articolo 24, paragrafo 3, impone agli Stati membri di sostenere l’azione esterna dell’Unione “attivamente e senza riserve, in uno spirito di lealtà e di reciproca solidarietà”.
Non si tratta di formalità facoltative. La Corte di giustizia ha ripetutamente affermato che il principio di leale cooperazione è giuridicamente vincolante e operativo. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento devono agire di concerto per portare la questione dinanzi alla Corte il più presto possibile.
La credibilità dell’azione esterna dell’Unione, in particolare in tempo di guerra, dipende non solo dalla determinazione politica, ma anche dal rispetto dei suoi fondamenti giuridici. Se l’unanimità diventa uno strumento di ostruzionismo e coercizione slegato dalla sostanza della decisione in questione, cessa di funzionare come meccanismo di costruzione del consenso e distorce invece l’equilibrio istituzionale dell’Unione.
Ridurre la “leale collaborazione” a una frase vuota senza conseguenze pratiche indebolisce sia la coesione dell’Unione sia la sua credibilità. In base ai trattati attuali, il veto è una prerogativa degli Stati in settori chiave – come la politica estera – e questo è già un peso sufficiente. Ma in un’Unione governata dallo Stato di diritto, non è e non può essere una prerogativa assoluta.
*Domènec Ruiz Devesa è presidente dell’Unione dei Federalisti Europei ed ex deputato al Parlamento europeo.