Non c’è due senza tre. L’Ariston ha consegnato alla storia anche la terza serata della kermesse canora. Sanremo 2026 ha visto trionfare Niccolò Filippucci tra i giovani con Laguna e successivamente è toccato alla seconda parte di big in gara confrontarsi. Prima di passare in rassegna la valutazione delle singole esibizioni, però, occorre soffermarsi su un paio (forse qualcuno in più) di aspetti. Il primo riguarda l’epifania, intesa come rivelazione, di Carlo Conti. Il Direttore Artistico si è reso conto, dopo tre sere, che strappare un sorriso tra una canzone e l’altra non è reato.
Quindi, nella serata in cui serviva alzare la qualità dopo gli ascolti passati, ha chiamato Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann e il clima è decisamente cambiato. Per la prima volta dall’inizio della kermesse canora si è avuta l’impressione che non fossimo catapultati dentro una puntata de Il Musichiere. C’era anche un barlume di intrattenimento, il collante necessario per mandare avanti una macchina televisiva di tale portata. Manca ancora qualcosa, tipo l’organizzazione dei siparietti e le prove prima dell’ingresso di un super ospite. Non proviamo neanche per sbaglio a dire che quanto visto con Eros Ramazzotti e Alicia Keys sia accettabile: se si blocca tutto prima dell’esibizione, compreso il pianoforte, non si può parlare di bello della diretta.
I big in gara
Si dovrebbe piuttosto dire che c’è una mala gestione dei blocchi di scaletta, ma il pomeriggio e parte della mattina – al gruppo di lavoro – dovrebbe servire proprio a stabilire cosa fare in serata. Facile parlare da dietro una tastiera: assolutamente, ma infatti non pretendiamo nemmeno 650.000 euro di cachet.

Per quella cifra, forse, oltre ai giudizi, potremmo anche pensare di assumerci gli stessi oneri, onori e persino le critiche ricevute da Carlo Conti. Il quale, se volesse davvero dare una ventata di rinnovamento, continuerebbe a spingere sul versante dell’intrattenimento senza essere così rigido e cadenzato come un metronomo. Tra il metodo Amadeus e l’approccio Carlo Conti c’è un abisso in cui occorrerebbe rivalutare le sfumature e trovare la giusta via di mezzo. Passiamo alle singole esibizioni.
Sal Da Vinci scuote l’Ariston
Maria Antonietta&Colombre: La felicità e basta. La canzone inizia a trovare una sua dimensione, fra i Baustelle e i Coma Cose prima del divorzio, quelle sonorità che non passano mai di moda. La felicità passa anche dall’Ariston. Voto: 6,5.
Leo Gassmann: Naturale come l’autentica voglia di distinguersi che mostra il ragazzo un’esibizione dopo l’altra. Il brano diventa sempre più appetibile, chissà che non diventi naturale immaginarlo su un gradino del podio. Voto: 6,5.
Malika Ayane: l’anima Soul della cantante trova spunto e ispirazione in Animali Notturni. La polemica sulla possibile crema di bellezza pubblicizzata con il titolo del brano non entra all’Ariston, ma le emozioni dell’artista si leggono in volto. Tu chiamala, se vuoi, skin care. Voto: 6.
Sal Da Vinci: per la platea ha già vinto, come conferma la standing ovation a gara in corso. Per Sempre Sì la ritroveremo ovunque: dai matrimoni ai pre diciottesimi. Voto: 7,5.
Raf e la tastatio fallarum in Eurovisione
Tredici Pietro: Uomo che cade rimane un esercizio di stile destinato ad aprire conflitti generazionali. Ai giovani forse piacerà, mentre gli anziani grideranno allo scandalo rimpiangendo Gianni Morandi. Di padre in figlio. Voto: 5.
Raf: visto l’andazzo del Festival, la tastatio fallarum prima di salire sul palco è diventata una base meme che potrebbe addirittura agevolarlo agli occhi del pubblico, Ora e per Sempre è una summa del suo universo musicale in salsa Sanremese. Cosa resterà di questi anni ‘80? In attesa della risposta, voto: 6,5.
Francesco Renga: con i pugni chiusi in tasca ed un muro nella testa, il peggio di me lascialo in macchina. Più che una canzone è un avvertimento. Voto: 5.
Samurai Jay e la ship con Belen: tu chiamala, se vuoi, Ossessione
The Kolors: questa non è Ibiza, infatti è Sanremo. Se fossero stati sul palco dell’Ariston, anziché al Suzuki Stage, sarebbe stato meglio. Soprattutto per veder ballare Fru ancora una volta. Voto: 7.
Eddie Brock: l’effetto coro da stadio non passa, neppure la sensazione di essere di fronte a un’egiagulatoria priva di fondamento. Avvoltoi è tutto quello che potremmo trovare in una serata karaoke dopo tre Mojito. Voto: 4.
Serena Brancale: Fiat 131, in un Festival dove si predilige l’omaggio di gruppo alle icone scomparse per risparmiare tempo, il brano dell’artista pugliese è una carezza sul cuore. Voto: 8,5.
La Magica Favola di Arisa
Samurai Jay: Ossessione, come la sua per Belen. Al punto da sceglierla anche come guest nella serata delle cover. Gira in Rete uno screen del video ufficiale mentre le dedica una strofa mordicchiandole il piede. Che c’entra tutto questo con la canzone in gara? Nulla. Proprio come quello che comunica il brano. Voto: 5.
Arisa: Magica Favola dimostra che saper cantare a Sanremo male non fa. Voto: 7,5.
Michele Bravi: Prima o poi riuscirà a sbottonarsi la giacca per dimostrare che non è un manichino dei grandi magazzini, quando canta però scompare ogni dubbio. Composto. Voto: 6,5.
Luchè, nel “Labirinto” alla ricerca di un nuovo outfit
Luchè: pronto per un biopic su Salvo del Grande Fratello. Il Labirinto è quello che separa l’artista dall’adeguatezza di questo brano. Un abito musicale che non sembra il suo. Proprio come il giaccone che indossava sul palco dell’Ariston. Voto: 4.
Mara Sattei: vestito rosso, chioma bionda. Un omaggio alla sua squadra del cuore: la Roma. Le cose che non sappiamo di lei, per citare il suo brano, sono ancora tante. Una è chiara: questo brano, fuori da Sanremo, finirà in rotazione per diversi mesi. Voto: 6.
Sayf: i sentimenti, il nostro privato e il sociale in una fotografia del mondo che ci circonda. Gli ultimi saranno i primi, ma non è questo il giorno. Voto: 5.
Il sorriso di Irina Shayk
Menzione speciale per Irina Shayk che, in veste di co-conduttrice, si merita un bel 7. Per la bellezza? No. Per il sorriso? Nemmeno. Per la compostezza? Siamo a Sanremo, dovrebbe essere prassi. Il 7 pieno se lo aggiudica per aver apprezzato – anche soltanto con lo scopo di agevolare un copione – le freddure di Carlo Conti e le domande sui piedi gonfi di Laura Pausini. Irina, pur non sapendo alla perfezione l’Italiano, ha imparato immediatamente il significato di buon viso a cattivo gioco.
Ora tocca alle cover, ma è risaputo che questo tipo di serata è attesa anche per un altro motivo. Il ritorno di Belen all’Ariston: una rondine non fa primavera, una farfallina probabilmente sì. E il sorriso dell’argentina, anche con un pizzico di auto ironia, potrebbe aiutare a restituire ancor più colore nel grigiore di questo Festival.