Ali Khamenei ha ottenuto quello a cui, secondo molti, aspirava: entrare nella Storia come il terzo leader politico iraniano a morire in carica, dopo lo scià Mozafareddin Shah (1896-1907) e Ruhollah Khomeini (1902-1989). Sopravvissuto alle prigioni dello scià e a un attentato, che nel 1981 gli compromise l’uso del braccio destro, come molti leader assoluti che accentrano nelle proprie mani vasti poteri e la cui vita privata è ammantata dal mistero, Khamenei è stato dato per morto più volte nella sua vita.
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Ha sempre governato dando priorità alla propria sopravvivenza e a quella del sistema teocratico, rimanendo fedele a una cultura profondamente antioccidentale. Privo del sostegno popolare, del carisma e delle qualifiche teologiche del padre della Rivoluzione islamica e suo mentore, Khomeini, è lui il responsabile della trasformazione della Repubblica islamica da un’autocrazia clericale in una di tipo militare, con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) che ha conquistato ampio spazio nella politica e nell’economia nazionale e che potrebbe svolgere un ruolo sempre più evidente.

Non ha mai lasciato l’Iran dal 1989. Il grande riserbo sulla sua vita privata è stato scalfito nel 2013 da un’inchiesta della Reuters secondo cui controllava, allora, un impero finanziario da 95 miliardi di dollari, costruito sul sequestro di proprietà di iraniani, molti dei quali appartenenti a minoranze religiose.
L’ex Guida suprema, però, ha sempre sbandierato le sue radici umili. Classe 1939, secondo di otto figli, era nato nella città santuario di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, da una famiglia modesta di origine azera. Fu avviato all’istruzione religiosa all’età di 5 anni e mosse i suoi primi passi da radicale nel clima febbrile dei primi anni Sessanta.
Scelse di investire massicciamente nella proiezione del potere dell’Iran in Medio Oriente, foraggiando una serie di gruppi e milizie sciite. È il cosiddetto Asse della Resistenza: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e diversi proxy in Siria e Iraq. La strategia è crollata sotto il peso degli attacchi israeliani a Gaza e in Libano dopo il 7 ottobre 2023, mentre la storica alleanza con Damasco si è conclusa con la caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024.
In 37 anni al potere, Khamenei non si è mai assunto alcuna colpa per il malessere economico, la repressione politica e le restrizioni sociali. Le sempre più frequenti ondate di malcontento e proteste e gli sforzi di riforma si sono scontrati con altrettante campagne di repressione, oltre al continuo e duro trattamento riservato a donne, omosessuali e minoranze religiose.