C’è un’Italia che non compare nelle mappe degli operatori telefonici. Un’Italia fatta di 7.000 comuni con meno di diecimila abitanti, di valli laterali dimenticate, di borghi appenninici dove la fibra ottica non arriva e forse non arriverà mai. È qui, in questi “posti assurdi” come li chiama con affetto chi li conosce bene, che Eolo ha costruito la propria identità e il proprio business. E a raccontarlo al vodcast “Money Vibez Stories”, è Guido Garrone, ingegnere delle telecomunicazioni, ex fondatore di Fastweb, già in Open Fiber, oggi Amministratore Delegato di uno degli operatori più originali del panorama digitale italiano.
Garrone non è uomo da slogan facili, ma se dovesse usarne uno — e di fatto Eolo lo fa — direbbe: “internet dove c’è un Paese”. Non una provocazione: una missione. E una scommessa imprenditoriale che, a distanza di anni dal lancio, sembra stia dando ragione a chi l’ha concepita.
L’Italia “stropicciata”: perché la fibra da sola non basta
“Questo Paese, come è noto, è stropicciato geograficamente”, esordisce Garrone con la precisione di chi ha passato decenni a studiare reti e territorio. È una battuta, ma dietro c’è una realtà tecnica ed economica precisa: l’Italia non è la Germania o la Francia, non ha le pianure piatte adatte alla posa di cavi, non ha la densità abitativa delle metropoli nordeuropee. Ha invece montagne, valli, borghi aggrappati a pendii, paesi dove il traliccio della televisione era l’unico segnale che arrivava dall’esterno.
Non è un caso, spiega l’AD, che l’Italia non abbia mai avuto la televisione via cavo: sin dagli anni del dopoguerra, il segnale televisivo arrivava via radio, via tralicci, sulle torri. E non è un caso che intorno a Milano, nel dopoguerra, fossero nate alcune tra le più importanti aziende di telecomunicazioni wireless del mondo, raccogliendo l’eredità di un certo Guglielmo Marconi che a Bologna aveva inventato le trasmissioni radio.
La fibra ottica è nata in città — a Milano, nei quartieri densi, dove ogni chilometro di cavo serve migliaia di famiglie e il costo per unità connessa è sostenibile. “Fino a quando la densità abitativa e la lunghezza della rete combaciavano bene, poco costo e tanta resa”, ricorda Garrone. “Quando si va nel mezzo del niente, diventa complicato.”. Stendere un cavo in una vallata alpina, raggiungere tre case a 1.500 metri di quota, portare la fibra in un paesino di 300 anime sull’Appennino: il conto non torna. Non è stato mai previsto che tornasse.
In questo vuoto — tecnico, economico, sociale — si è inserita Eolo. L’idea originale è di Luca Spada, il fondatore: usare le onde radio non per la televisione, ma per internet. Mettere un’antenna su un traliccio già esistente — magari quello del parroco, o quello della RAI — e distribuire il segnale ai tetti delle case circostanti tramite piccole parabole. Un sistema wireless fisso, non mobile: non la rete del telefono, ma una connessione domestica vera e propria, con velocità e stabilità paragonabili a quelle della fibra.
Come funziona la tecnologia: torri, antenne e l'”ultimo miglio” wireless
Garrone spiega con chiarezza — e con la pazienza del divulgatore — come funziona il sistema Eolo. Al centro c’è una torre: potrebbe essere un campanile, un traliccio televisivo, una struttura appositamente costruita. Da quella torre parte un segnale radio che copre un’area circolare — come un ombrello, usa lui come metafora — raggiungendo le abitazioni nel raggio visivo. Su ogni tetto dei clienti c’è una piccola antenna ricevente, non troppo diversa da una parabola televisiva, che cattura il segnale e lo porta in casa come se fosse una connessione fissa tradizionale.
La differenza fondamentale rispetto alla telefonia mobile — il 4G, il 5G — è che il sistema Eolo è fisso: le antenne rimangono installate, il segnale è ottimizzato per quella specifica posizione geografica, la banda disponibile è molto maggiore. “La nostra è una rete che fa l’ultimo miglio wireless, ma non è mobile”, precisa l’AD. E l’ultimo miglio — l’ultimo tratto che collega la rete dorsale alla casa del cliente — è storicamente il collo di bottiglia più costoso e difficile da realizzare.
Il vantaggio economico del modello è evidente: il costo per unità connessa non cresce linearmente con il numero di case raggiunte. Una volta installata la torre, aggiungere un nuovo cliente significa solo installare la sua antenna sul tetto. “Il nostro sistema non ha un costo per unità connessa”, spiega Garrone, “ma di fatto gli ultimi chilometri che partono dalla torre vanno a tetto, hanno lo stesso tipo di costo, e l’unico costo alla fine è installare questa antenna.”
Dietro le torri, naturalmente, c’è una connessione in fibra ottica: quella infrastruttura più grande — i backbone, i cavi sottomarini, i nodi di raccolta — che porta la banda fino al “piede” della torre. Eolo usa la fibra dove c’è, e usa le sue antenne per l’ultimo miglio. È una logica ibrida, collaborativa, che non si contrappone alla fibra ma la completa.
La rete dei “negozietti di prossimità”: il modello commerciale che viene dagli anni ’50
Uno degli aspetti più originali della storia di Eolo riguarda il modo in cui l’azienda ha costruito la propria rete di distribuzione. Non attraverso i canali tradizionali delle telco, non con i grandi call center o le pubblicità televisive, ma attraverso i piccoli commercianti locali: quei negozietti di prossimità che vendevano lavatrici e televisioni, presenti in ogni borgo, conosciuti da tutti.
“Torno ai negozietti di prossimità anni ’50, lavatrice poi televisione, che però sono presenti ancora”, racconta Garrone. “Noi cerchiamo di federarli in modo da farne un partner per noi che vendano, installino e facciano assistenza ai clienti.” È un modello di distribuzione capillare che si adatta perfettamente ai territori serviti: il negoziante conosce i clienti, parla la loro lingua, sa dove abitano e come raggiungerli. E quando l’antenna smette di funzionare — perché la spina non era infilata, o il cavo si è sconnesso — c’è qualcuno vicino che può intervenire.
Attorno a Eolo si è sviluppata una rete di circa 1.500 installatori, persone che hanno imparato un mestiere nuovo e che sono diventati i migliori ambasciatori dell’azienda sui territori. “Sono i nostri migliori testimoni”, dice l’AD, “soprattutto quando portiamo tecnologie nuove come quelle del giga.” Un ecosistema locale che genera lavoro, competenze digitali e senso di appartenenza.
Il gigabit wireless nell’Italia rurale
Nel corso dell’intervista, Garrone spiega che Eolo è riuscito a portare velocità di accesso ad internet da un gigabit al secondo in modalità wireless fissa, con 200 megabit in upload, senza ritardi significativi (bassa latenza), nelle aree rurali dell’Italia, spesso caratterizzate da orografia complessa, valli, pendii . E’ qualcosa che non era mai stato fatto prima.
“Per la nostra orografia ci siamo dovuti inventare questo tipo di soluzione”, spiega l’AD. “Oggi questa soluzione ha preso molto piede, perché ci sono aree dove il raggiungimento con la fibra non è possibile.” I chipset vendor — le aziende che producono i chip alla base delle comunicazioni wireless — hanno iniziato a sviluppare componenti specifici per questo caso d’uso. I grandi brand tecnologici si sono adeguati. È nato un mercato.
La tecnologia in parte si sovrappone agli standard 5G, ma con un’applicazione diversa da quella della telefonia mobile: qui si tratta di usare lo spettro radio nel modo più efficiente possibile per dare connettività domestica stabile, non per servire smartphone in movimento. E man mano che i costi dei componenti scendono — grazie alla standardizzazione e alla competizione tra produttori — anche la redditività economica delle singole torri migliora, permettendo a Eolo di spingersi in zone sempre più marginali.
Il digital divide come questione sociale: internet è un diritto, non un lusso
Parlare con Garrone significa imbattersi rapidamente in una dimensione che va oltre il business: quella dell’inclusione sociale. Il digital divide — il divario digitale tra chi ha accesso a internet veloce e chi no — non è solo una questione di comodità. È una questione di diritti, di opportunità, di partecipazione alla vita economica e sociale del Paese.
“Non posso avere un Paese a due velocità”, dice con convinzione l’AD. “C’è un tema di inclusione sociale con questo fattore abilitante.” Chi vive in un piccolo comune dell’Appennino o in una valle alpina non può fare smart working senza una connessione adeguata. Non può seguire le lezioni in streaming, non può usare la telemedicina, non può fare commercio elettronico. È tagliato fuori da opportunità che i residenti delle grandi città danno per scontate.
Il Covid ha drammaticamente accelerato questa consapevolezza: durante la pandemia, milioni di italiani si sono ritrovati a dover lavorare e studiare da casa. Chi abitava nelle aree bianche — quelle senza copertura adeguata — ha vissuto una doppia esclusione: sanitaria e digitale. Per Eolo, quel periodo è stato un grande acceleratore: la domanda è esplosa, la necessità è diventata urgenza.
Garrone richiama esplicitamente il concetto di “servizio universale”, storicamente applicato al telefono fisso: l’idea che certe infrastrutture di comunicazione debbano essere garantite a tutti i cittadini, indipendentemente da dove abitano. “In passato si parlava di servizio universale per il telefono. Di fatto si deve andare verso un diritto universale anche su internet a banda ultra larga”, afferma. Non può essere altrimenti, dice: la connettività è oggi quello che la corrente elettrica era nel secolo scorso. Un’infrastruttura di base della vita civile.
Onde radio e salute: il fact checking dell’AD
Nel corso dell’intervista non manca un affondo su uno dei temi più controversi legati alle telecomunicazioni wireless: le presunte conseguenze delle onde elettromagnetiche sulla salute. Garrone affronta la questione con il pragmatismo dell’ingegnere e la pazienza di chi ha risposto mille volte alla stessa domanda.
“Non è vero che le onde fanno male, ormai documentato da tantissime ricerche mediche”, dice. E spiega che le onde millimetriche usate da Eolo richiedono potenze trasmissive molto contenute, perché il lavoro lo fanno le antenne direzionali: concentrare il segnale in una direzione precisa richiede molta meno energia che irradiarlo in tutte le direzioni come fa un ripetitore televisivo. Eolo è, dice con un sorriso, “un cliente molto ben gradito dalle power company”, perché consuma poco.
L’Italia, ricorda, ha storicamente avuto limiti di emissione elettromagnetica tra i più restrittivi d’Europa — forse eccessivamente prudenti, tanto che di recente sono stati leggermente allentati per avvicinarli agli standard europei. I sistemi moderni, aggiunge, sono sempre più intelligenti: abbassano automaticamente la potenza quando non serve, ad esempio di notte. “Mi sembra un problema su cui si voglia a volte fare un po’ di caciara”, conclude. “Si è discusso, si è riflettuto, si è osservato molto. Pesa di più l’inquinamento informativo che passa su queste cose.”
Il satellite? Alleato, non concorrente
Uno dei punti più interessanti dell’intervista riguarda il rapporto tra Eolo e le costellazioni di satelliti in orbita bassa — Starlink di Elon Musk è il più noto, ma non il solo. In un settore in cui molti operatori guardano al satellite come a un concorrente, Garrone adotta una visione sorprendentemente pragmatica e collaborativa.
“Non ho problemi che sia poi Starlink, o un provider cinese: i satelliti si sono sempre usati nelle telecomunicazioni”, dice. Il satellite, a suo avviso, è perfetto per coprire i “buchi” assoluti: zone remote, aree marine, deserti, luoghi dove nemmeno Eolo può arrivare economicamente. Ma ha dei limiti strutturali che lo rendono meno adatto come soluzione di prossimità per le comunità rurali italiane.
I problemi del satellite sono molteplici: il costo per unità è ancora alto; la latenza, pur migliorata rispetto ai satelliti geostazionari, è maggiore rispetto a una connessione terrestre; i satelliti in orbita bassa si degradano e devono essere sostituiti periodicamente, con problemi di detriti spaziali; e soprattutto, manca il servizio di prossimità. “Uno va su Amazon, arriva la scatolotto, attacca il filo, inciampa nel filo, deve fare un buco in una parete di cemento che non è quella di legno del Midwest”, esemplifica con vivacità. “E se c’è un problema, chi chiami?”.
La visione di Garrone è quella di un ecosistema collaborativo: accordi con gli operatori satellitari, con chi ha la fibra, per offrire al cliente finale la soluzione migliore per la sua specifica situazione geografica. Sul “mio scaffale”, dice, voglio poter offrire tutto. Massimizzando naturalmente la propria tecnologia wireless dove è l’unica specialista.
La carriera: da Fastweb a Eolo, passando per Open Fiber
Guido Garrone, 64 anni, ingegnere delle telecomunicazioni formatosi al Politecnico di Milano, è uno dei personaggi più interessanti del settore tlc italiano. La sua carriera è un filo rosso che attraversa trent’anni di storia delle telecomunicazioni italiane, dai primi cavi sotterranei fino alle reti wireless di nuova generazione.
Ha iniziato costruendo reti fisiche — scavi, cavi, infrastrutture — quando i mercati delle telecomunicazioni erano ancora monopoli. Ha poi partecipato alla fondazione di Fastweb, uno dei progetti più visionari dell’Italia digitale degli anni 2000: usare la fibra ottica e il protocollo IP per integrare in un’unica rete telefono, televisione e dati. Un’idea che all’epoca sembrava fantascienza — “qualcuno dei miei colleghi aveva il problema di comunicare che cosa facevamo”, ricorda sorridendo — ma che ha anticipato di vent’anni il modo in cui oggi consumiamo i servizi di telecomunicazione.
È stato proprio durante l’esperienza Fastweb che Garrone ebbe la sua “illuminazione” sul wireless rurale. Era il 2005, la fibra arrivava fino alle principali città, ma in Val d’Aosta c’era chi chiedeva connettività. Lui realizzò un sistema pilota: fibra fino in valle, poi ponti radio su tralicci RAI fino a una torre, e da lì connessione wireless per un albergo, alcune case, un ufficio pubblico. “Questa roba mi è rimasta in testa da allora come una soluzione che potesse portare il servizio superando il problema del costo finale dell’ultimo miglio”, racconta.
Dopo Fastweb — venduta a Swisscom — Garrone ha lavorato in Svizzera, poi è tornato in Italia per guidare il progetto di estensione della fibra in nuove città, confluito poi in Open Fiber. Quando ha deciso di tornare a Milano stabilmente, Luca Spada, il fondatore di Eolo, gli ha proposto di entrare in azienda. “Mi ha entusiasmato molto la dimensione di integrazione tecnologica che lì si stava facendo e la risposta a una domanda reale”, dice.
Dall’ingegnere al manager: come si impara a guidare le persone
Un tema che Garrone affronta con divertita sincerità è quello del passaggio dall’ingegneria alla gestione manageriale. Come si diventa CEO partendo dalla laurea in telecomunicazioni? “Io tendo a dissacrare: lo sanno fare quando leggo dei ragazzi che fanno ingegneria gestionale… ma allora sei sempre ingegnere”, dice ridendo.
La sua risposta è pratica: il management non si studia in aula, si impara facendo. E l’ingegnere ha un vantaggio: la razionalità economica è già nel DNA della disciplina. “Dentro il problema tecnico c’è prendere la tecnologia e integrarla rispetto a una funzione d’uso, con una razionalità economica.” Non si fanno le colonne troppo grosse, non si butta il cemento, si fa quello che sta in piedi ed è anche elegante.
Ha aiutato il servizio militare, che cita con sorpresa come esperienza formativa: “Uno comincia a capire che non sta solo al liceo di Milano o all’università.” Ha aiutato la curiosità per i sistemi complessi. E ha aiutato, soprattutto, una naturale predisposizione per le relazioni umane: “senza un eccesso di gerarchie”, specifica. Demanding ma non autoritario, esigente ma non distante. Un manager che ha coltivato le relazioni nel tempo — anche dopo che le aziende sono cambiate o sono state vendute — e che considera questo capitale relazionale una delle sue risorse principali.
Il futuro: quanta banda ci serve davvero?
Verso la fine dell’intervista, il discorso si sposta sul futuro. Quanto crescerà ancora il bisogno di banda? La risposta di Garrone è articolata e, per certi versi, rassicurante: non crescerà all’infinito, ma crescerà ancora, e soprattutto cambierà qualità.
Il consumo di traffico è esploso negli ultimi anni grazie allo streaming video, allo smart working, alla videocomunicazione. Oggi una connessione fissa genera venti volte il traffico di una SIM mobile, anche perché gli schermi sono più grandi e la qualità video richiesta è molto più alta. Ma c’è un limite fisico: non si può guardare Netflix in 4K h24, e anche se qualcuno ci prova, la famiglia media italiana ha i suoi ritmi.
Crescerà però la qualità dell’esperienza: l’alta definizione diventerà la norma, la comunicazione video diventerà sempre più immersiva — ologrammi, realtà aumentata, presenza digitale — e il lavoro cooperativo da remoto diventerà ancora più sofisticato. “Video mancano gli odori probabilmente”, dice con humor, “però la dimensione olografica è sempre più spinta.”
Il vero nodo, chiarisce Garrone, non è solo la velocità massima in download: è la garanzia di un certo throughput costante. “Il vero tema non è solo la connessione, ma la capacità che portiamo alle torri”: quella partita che arriva sul televisore senza quadrettoni, quella videochiamata di lavoro che non si sgrana. Un canale che non si strozza mai. Questo è quello che Eolo promette ai suoi clienti — e questa è la sfida tecnica che continua a guidare l’innovazione dell’azienda.
L’uomo dietro l’AD: la barca “Banda Larga” e i Pinguini Tattici Nucleari
Chi è Guido Garrone al di là del ruolo? Un uomo che si sveglia alle sei di mattina, guida fino a Busto Arsizio (dove ha sede operativa Eolo), inizia la giornata alle otto e un quarto e torna a casa verso le otto di sera. Una vita intensa, ma con rituali chiari: il pranzo non si lavora, si siede a tavola con i colleghi o gli amici, e la conversazione è relazione prima ancora che business.
La sera, il TG Uno — “perché la mattina c’è il Gazzettino padano, la sera il TG uno, molto classico” — e tanta musica. Garrone è un grande consumatore di musica in streaming: l’anno scorso ha accumulato l’equivalente di dodici giorni pieni di ascolti. Crea playlist elaborate, mescolando musica italiana e straniera, vecchia e nuova. Tra i suoi ascolti, con orgoglio, cita i Pinguini Tattici Nucleari.
Poi c’è il mare. Garrone è velista — o meglio, amante del mare in senso ampio — e ha una barca a motore nel golfo ligure che si chiama, naturalmente, “Banda Larga” e oggi è il luogo dove, quando riesce, si distacca dal lavoro, si mette le scarpe da pescatore e non pensa alle torri wireless.
È un quadro umano coerente: un ingegnere appassionato, un manager pragmatico, un uomo che crede nel valore delle relazioni e nella bellezza di fare cose concrete. Che a sessant’anni — “sono ancora senza barba”, dice — ha ricevuto dai suoi colleghi un regalo singolare: un’antenna Eolo trasformata in scultura artistica, con il suo nome scritto sopra, e che suona come un’ocarina. Un oggetto che riassume tutto: la tecnologia, il lavoro, la creatività, l’affetto.