Quando la violenza di genere non è più solo cronaca: la rivoluzione di ‘Via delle streghe’

La violenza di genere non è un fatto di cronaca: è una ferita aperta. È un nome che diventa statistica, una vita che si spegne e un titolo che scivola via troppo in fretta. In Italia ogni due – tre giorni una donna viene uccisa, con la sola tremenda motivazione di essere donna. Ci indigniamo, condividiamo, poi il flusso ricomincia, come prima. Ma cosa succede quando la rabbia non si placa? Quando il dolore chiede un linguaggio nuovo, perfino estremo?

Di questo abbiamo parlato con Marilù Oliva, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, a partire dal suo ultimo romanzo, Via delle streghe (Solferino). Un libro che affonda le mani nella notte di Bologna e nel cuore incandescente e politico di quattro donne che scelgono di non essere più vittime.

Serena, Magalie, Zulmira, Iside: età diverse, storie diverse, una stessa ferita. La loro Congrega nasce dall’indignazione. “Da questa rabbia, da questo senso di impotenza”, racconta Oliva. L’idea è semplice e terribile: e se un gruppo di amiche decidesse di farsi giustizia da sé? Ma la domanda che attraversa il romanzo è ancora più scomoda: la vendetta risolve davvero qualcosa? La storia del diritto – ricorda l’autrice – ci insegna di no.

Eppure la tentazione è potente. Serena, esperta di kung fu, sta per uccidere l’assassino della sorella. Iside, hacker brillantissima e fragile, sopravvive a un tentato suicidio dopo una transizione segnata da violenze e umiliazioni. Magalie studia i processi alle streghe, Zulmira è una maga di quartiere che barcolla tra folklore e inganno. In loro la stregoneria non è un vezzo gotico, ma un atto politico: un modo per “scuotere le coscienze”, per ricordare che la parola è formula magica e può cambiare il mondo.

L’odio è un tarlo subdolo. Consuma chi lo prova

Oliva è netta: “L’odio è un tarlo subdolo. Consuma chi lo prova”. La vera vendetta, dice, è non volerla più. Ma nella fiction si può esplorare l’abisso, giocare con il male, mostrarne la seduzione. E infatti nel romanzo i cittadini finiscono per parteggiare per le vendicatrici. Perché? Forse per quella “banalità del male” che rende i carnefici uomini qualunque, normalizzati, assuefatti. Non mostri, ma individui che si sentono autorizzati a possedere e distruggere.

Il libro è anche una riflessione sulla responsabilità del linguaggio. “L’ha uccisa per amore” non è solo un titolo sbagliato: è una crepa nella coscienza collettiva. Le parole costruiscono realtà. Normalizzare significa rendere accettabile. E questo, suggerisce Oliva, è il primo passo verso l’indifferenza.

La copertina del libro di Marilù Oliva

Sullo sfondo, Bologna: medievale, misteriosa, labirintica. Non semplice scenografia, ma organismo vivo, città amata e ritrovata, perfetta per ospitare un sabba contemporaneo dove sorellanza e politica si intrecciano.

Alla fine dell’intervista resta una domanda sospesa: possiamo arginare la violenza con altra violenza? La risposta è molto più complessa di quanto sembri: no, ma la bestialità a volte prende il sopravvento. Forse la vera rivoluzione è culturale, lenta, ostinata. Istruirsi, informarsi, pensare agli altri. Uscire dall’individualismo.

Via delle streghe offre uno specchio. E in quello specchio, tra rabbia e desiderio di giustizia, vediamo riflessa la nostra responsabilità. Perché la magia più potente non è la vendetta. È scegliere, ogni giorno, di essere umani.