La storia di Antonio Locatelli non assomiglia a quella dei classici imprenditori formati nelle università o nelle business school. Cresciuto con una vivacità difficile da incanalare nei percorsi tradizionali, Locatelli abbandona la scuola già in seconda media, completando il ciclo con la terza media in un istituto militare. “La scuola non era più per me”, racconta con una schiettezza disarmante nell’intervista rilasciata al vodcast Money Vibez Stories, registrata presso la sede de Il Giorno a Milano. Riconosce oggi le conseguenze di quella scelta — in primis la mancanza di una conoscenza dell’inglese che ha complicato non poco le relazioni internazionali — ma non si pente di nulla.
Fin da piccolo, la sua mente è rivolta ai motori. Il sogno è quello di correre in moto e in macchina, non certo di produrre caschi. La vita, però, ha un’altra traiettoria in serbo per lui. Dopo il ciclo scolastico, Locatelli inizia a lavorare in un mercato del lavoro molto diverso da quello attuale: svolgendo lavori di ogni tipo nel doposcuola, impara — come dice lui stesso — “come si fa a lavorare”. È una formazione sul campo, dura e concreta, che si rivelerà molto più utile di qualsiasi diploma per costruire un’impresa dal nulla.
Il 1986: l’anno che cambia tutto
Il punto di svolta arriva nel 1986, quando l’Unione Europea introduce l’obbligo del casco per i motociclisti. Un provvedimento all’apparenza banale che, invece, scatena una vera e propria rivoluzione industriale nel settore. Le aziende europee di caschi si trovano improvvisamente a fare i conti con ordini in crescita esponenziale e cercano terzisti che le aiutino a soddisfare la domanda. Locatelli, che a quell’epoca era già appassionato di motori, coglie l’opportunità: si mette in gioco, va a vedere di cosa si tratta e inizia l’attività di assemblaggio di caschi per conto di terzi.
È l’inizio di undici anni di duro lavoro come terzista. Un periodo che Locatelli non descrive come una fase di transizione, bensì come una scuola professionale di altissimo livello. Segue le fiere, entra in contatto con i principali brand del settore — tra cui Honda —, studia il mercato da vicino, impara i meccanismi del business e si appassiona sempre di più a quel mondo. “Era un mondo che mi stava appassionando moltissimo”, ricorda. Non è un lavoro, diventa una vocazione.

La nascita di Airoh: una scommessa coraggiosa
Nel 1997, dopo undici anni trascorsi nell’ombra come terzista di altri, Antonio Locatelli prende la decisione più coraggiosa della sua vita: fondare un marchio proprio. Il nome scelto è Airoh, acronimo di Antonio Innovative Range Of Helmets. Un nome che all’inizio potrebbe sembrare ostico, quasi difficile da pronunciare per i mercati stranieri, ma che si rivelerà straordinariamente azzeccato: breve, riconoscibile, internazionale.
La scelta non è priva di rischi enormi. Locatelli deve decidere se mantenere i clienti acquisiti in undici anni di attività terzista — clienti fedeli che garantivano fatturato stabile — oppure abbandonarli per lanciare un marchio sconosciuto. Sceglie la seconda strada. Si presenta alla Fiera di Milano con uno stand di 40 metri — che lui stesso chiama affettuosamente “stendino” — senza soldi, senza reputazione consolidata come brand e con tutto da dimostrare. “Era una sfida”, ammette, “ma ho voluto provarci”.
Il primo anno: la magia dello stand
Il mercato risponde oltre ogni aspettativa. Già al primo anno di presenza fieristica, Locatelli capisce di aver fatto qualcosa che gli altri non avevano fatto: lo stand viene letteralmente preso d’assalto da distributori e rivenditori. Non riesce a contenere i clienti che vogliono trattare con lui. Tedeschi, spagnoli, inglesi: tutti vogliono i caschi Airoh. “Sembrava una magia”, ricorda. Non è fortuna cieca: è il risultato di undici anni di conoscenza approfondita del mercato, dei prodotti e dei competitor.
Da quel momento, Airoh cresce ogni anno. Il secondo anno uno stand più grande, il terzo ancora di più. Locatelli comprende presto che, per dare credibilità al marchio, deve avvicinarsi al mondo delle competizioni. I piloti professionisti diventano un tassello fondamentale della strategia: non solo testimonial, ma anche collaboratori tecnici preziosi, capaci di fornire feedback essenziali per migliorare i prodotti. “Un pilota ti dice che il frontino è troppo alto, un altro che è troppo basso: ti aiutano a fare un casco migliore”, spiega Locatelli.
Il segreto del casco: design, sicurezza e due anni di lavoro
Uno degli aspetti più affascinanti dell’intervista riguarda il processo produttivo. Molti consumatori tendono a sottovalutare la complessità di un casco: dall’esterno sembra “un po’ di spugna e della plastica”, come ironizza il conduttore. La realtà è radicalmente diversa. La nascita di un casco in casa Airoh è un processo che dura in media due anni: dal primo schizzo al “casco sul tavolo”, come lo chiama Locatelli, passano 24 mesi di lavoro intenso.
Il processo inizia con un disegno fatto interamente in azienda. Si passa poi alla modellazione fisica — letteralmente si scolpisce il casco con lo stucco, si gratta, si guardano le linee, si correggono. Locatelli è il primo a fissarlo, a tornare il giorno dopo e a cambiare qualcosa se non lo convince. Solo quando la forma è definitiva — e quella forma non si tocca più — il progetto passa alla fase ingegneristica: i modellini in 3D, i calcoli strutturali, gli stampi, la produzione vera e propria.
La componente dei materiali è altrettanto cruciale. Il polistirolo espanso interno, ad esempio, viene selezionato tra varietà italiane e giapponesi, testate in laboratorio per trovare le densità ottimali. La calotta esterna non è “plastica”, come molti credono, bensì un materiale composito a due componenti. Ogni casco viene sottoposto a test di impatto con una torre apposita: i pesi vengono lanciati sul casco da diverse altezze, su diversi punti, e i risultati vengono registrati graficamente. Due volte all’anno, un funzionario del Ministero dei Trasporti visita l’azienda, preleva caschi dal magazzino e li porta a testare a Milano. Se un lotto non rispetta gli standard, la produzione può essere bloccata.
L’obiettivo di Locatelli è ambizioso: stare almeno il 40% sotto gli standard minimi di sicurezza imposti dalla normativa. “È molto difficile arrivare lì, però al momento noi siamo lì”, afferma con orgoglio.

La galleria del vento e la struttura interna
Airoh oggi conta 67 dipendenti e una struttura produttiva completa e integrata. L’azienda dispone di un reparto di design e prototipazione, di un ufficio ingegneristico, di un laboratorio di impatto e — dettaglio che pochi conoscono — di una galleria del vento interna. Quest’ultima è uno strumento raro in aziende di questa dimensione e consente di perfezionare l’aerodinamica del casco prima ancora che arrivi sul tavolo definitivo.
La produzione avviene internamente, dall’assemblaggio alla finitura, con un’organizzazione che vede una parte del personale impegnata nelle fasi fisiche di produzione e un’altra dedicata a marketing, amministrazione e comunicazione. Locatelli, con il suo tipico understatement, dice di sé stesso che “sono di più quelli che non lavorano” — intendendo i dipendenti degli uffici rispetto a quelli in produzione — ma riconosce subito che entrambe le componenti sono indispensabili.
I mercati internazionali e la sfida americana
Il mercato principale di Airoh rimane l’Italia. All’estero, i mercati più solidi sono la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi — questi ultimi forti anche per via delle motoslitte, un segmento in cui Airoh è ben posizionata. Più complessa è la storia americana.
Per anni, richieste di distributori e appassionati americani sono arrivate via email: “Quando venite in America?”. Airoh ha resistito a lungo, preferendo affermarsi prima su altri mercati. Nel frattempo, però, teneva atleti americani come testimonial, costruendo lentamente la brand awareness oltreoceano. Di recente, l’azienda ha finalmente aperto una sede negli Stati Uniti, proprio mentre il tema dei dazi americani rendeva il contesto più complicato. “Speriamo che il presidente americano sistemi un po’ le cose”, commenta Locatelli con un sorriso.
Il design come vocazione personale
Anche oggi, con un’azienda consolidata e due figlie che gestiscono le operations, Locatelli non si è allontanato dal processo creativo. “Io parzialmente faccio ancora il disegno, ma quello che mi piace davvero è lavorare sul modello fisico”, racconta. Con la sua “pennina”, corregge, indica, suggerisce ai ragazzi dell’ufficio tecnico cosa cambiare. È l’ultima parola sul design che non ha mai ceduto a nessuno.
Per lui, il design di un casco invecchia in fretta. “Dopo un anno, per me un casco è già vecchio: vorrei cambiare qualcosa”. Questo sguardo critico perpetuo è uno dei motori dell’innovazione continua in azienda. Le tendenze estetiche si muovono come nell’abbigliamento o nel design automobilistico: un modello di auto dura tre anni prima di essere rinnovato, e lo stesso vale sempre di più per i caschi. L’interno del casco — i rivestimenti, la vestibilità, il comfort termico — è l’area in cui Locatelli vede le maggiori opportunità di innovazione prossima.
Il cambio generazionale: le figlie Angela e Martina
Una delle parti più toccanti dell’intervista riguarda il futuro dell’azienda. Locatelli mostra una foto delle sue due figlie, Angela (36 anni, tre figli, responsabile marketing) e Martina (33 anni, laureata in filosofia con master in Strategie Aziendali alla Bocconi, responsabile dell’amministrazione). Entrambe sono entrate in azienda spontaneamente, senza pressioni paterne.
Angela aveva cominciato una scuola di moda a Milano, poi aveva lasciato — “come suo padre, quando non voleva più andare a scuola” — e aveva chiesto al padre di lavorare con lui. Martina, dopo la laurea e il master, aveva fatto lo stesso. Locatelli lo aveva sempre sperato in silenzio, senza mai imporlo: “I figli devono fare la loro strada. Devono scegliere”. E loro hanno scelto.
Il fondatore guarda al futuro con ottimismo: “Sono due donne, sono due sorelle tranquille. Quando lascerò l’azienda, loro andranno avanti da sole, forse anche meglio di me”. Anzi, senza “forse”. L’azienda ha già un libro celebrativo dei suoi 25 anni, con foto di piloti, dichiarazioni delle dipendenti, delle figlie e della gente che ci lavora. Un documento che Locatelli sfoglia con emozione, sapendo di aver costruito qualcosa che durerà.
La filosofia dell’imprenditore artigiano
La giornata tipo di Locatelli inizia alle 5:00 o 5:30 con una sessione sportiva — è un grande appassionato di attività fisica — e poi prosegue in azienda. La pausa pranzo esiste, ma dura mezz’ora e si trasforma spesso in un report informale con le figlie. La sera, alle 20:30 circa, stacca — o quasi, perché il telefono resta sempre con lui.
Sulla domanda se oggi sia ancora possibile fondare un’azienda dal niente come ha fatto lui, Locatelli è fiducioso. Rifiuta il pessimismo di chi dice che “si poteva fare allora, non ora”. Lo paragona a chi decenni fa sosteneva che i giornali sarebbero scomparsi: “I giornali ci sono ancora, li leggiamo ancora”. La gente vuole toccare, vedere, sperimentare. Le fiere di settore — che i suoi stessi collaboratori volevano abbandonare — rimangono per lui fondamentali. E in un mondo dominato dagli schermi, forse proprio la fisicità dei prodotti sarà la chiave del futuro.