L’isola di Khag ancora intatta dopo 12 giorni di guerra. Perché gli Usa non la bombardano e Teheran è pronta a tutto per difenderla

Roma, 12 marzo 2026 – Non sono le minacce di Teheran a lasciare intatte le sue isole, ma il petrolio. Il greggio può quello che la contraerea non può: evitare le bombe. Le isole iraniane sembrano un paradiso neanche sfiorate dalla guerra dopo 12 giorni di raid: Usa e Israele non le colpiscono per non avere problemi anche con la Cina, grande esportatrice del petrolio di Teheran. Ma da quando Axios, citando funzionari Usa, ha scritto che l’isola di Kharg, nel Golfo Persico, il cuore dell’industria petrolifera di Teheran, potrebbe essere conquistata dai marine, è esplosa la furia iraniana.

Iran: le isole non si toccano

Si è scomodato il presidente del parlamento, Mohammad Ghalibaf, che in un messaggio su X ha affermato che le forze armate dell’Iran abbandoneranno “ogni freno” se verranno aggredite le isole. “Patria o morte! Ogni aggressione al suolo delle isole iraniane infrangerà ogni freno. Abbandoneremo ogni freno e faremo scorrere il sangue degli invasori nel Golfo Persico”, aggiungendo che “il sangue dei soldati statunitensi è responsabilità personale del presidente Donald Trump”.

L'isola di Kharg vista dal satellite Copernicus Sentinel-2
TOPSHOT – This handout image taken by the European Space Agency (ESA) captured by the Copernicus Sentinel-2 satellite shows a view of Iran’s Kharg Island, which hosts the country

Da Kharg passa il 90% del greggio iraniano

L’isola di Kharg, l’obiettivo più importante per il greggio iraniano, è lunga otto chilometri e dista 43 chilometri dalla terraferma. Perché è così importante? Semplice da lì passa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio dell’Iran. L’isola divenne un grande hub petrolifero negli anni Sessanta e fu pesantemente bombardata negli anni Ottanta durante la guerra Iran-Iraq. Da allora è fortemente militarizzata e controllata dalle forze iraniane.

I suoi fondali profondi permettono l’attracco delle super petroliere

Circondata da acque profonde che permettono alle petroliere di accedervi, al contrario delle altre isole iraniane, ospita per questo la principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano. Nei suoi oleodotti sottomarini e terminali di carico passa il petrolio proveniente dai giacimenti centrali e occidentali, tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno, verso le petroliere dirette principalmente ai mercati asiatici, con Pechino in testa. E con una capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili.

Un attacco farebbe impennare il prezzo del petrolio

Washington sa bene, come sottolinea il Guardian, che un attacco all’isola provocherebbe una probabilissima impennata dei prezzi del petrolio e una ulteriore destabilizzazione dei mercati energetici globali. Ipotesi confermata anche dall’analista Neil Quilliam del think tank Chatham House: un attacco potrebbe far salire i prezzi del petrolio fino a 150 dollari al barile, dai 120 dollari toccati nei momenti più critici della crisi. Distruggere l’impianto bloccherebbe l’intera produzione di greggio di Teheran, ora alle prese con il blocco di parte della produzione regionale per le tensioni nello Stretto di Hormuz.

Anche la conquista sconsigliabile, si rischia paradosso

Sconsigliabile anche un’eventuale occupazione militare dell’isola, messa come extrema ratio dai funzionari interpellati Axios, per il massiccio impiego di mezzi e uomini e per il rischio di bloccare la produzione di greggio durante nei combattimenti. Si potrebbe arrivare a uno stallo paradossale: l’Iran produrrebbe petrolio senza poterlo esportare, mentre gli Stati Uniti controllerebbero il terminale senza poterlo far funzionare, con la conseguenza di porre in grande instabilità i mercati petroliferi internazionali.