Roma, 15 marzo 2026 – Il presidente americano, Donald Trump, bombarda l’isola di Kharg, ma non le infrastrutture energetiche, e chiede l’aiuto della comunità internazionale. Ma l’Iran non sembra farsi intimidire e continua a bombardare nella regione, minacciano di ridurre in cenere le infrastrutture americane in Medioriente. A tutto questo, si aggiungono le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo il quale Trump era stato avvertito delle problematiche legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ma di aver puntato sulla resa dell’Iran.
Vicini alla linea rossa
All’alba di ieri il presidente Trump ha annunciato al mondo di aver ordinato di bombardare l’isola iraniana di Kharg. Sono state colpite solo le infrastrutture militari, non quelle energetiche. Una sorta di ultimo avvertimento prima di oltrepassare la linea rossa. La decisione rappresenta una scelta militare con un forte significato strategico. Situata nel Golfo Persico, questa piccola isola è il principale terminal petrolifero dell’Iran e costituisce il vero snodo dell’economia energetica del Paese: da qui passa circa l’80-90% delle esportazioni di greggio di Teheran. Colpire Kharg significa quindi minacciare direttamente la principale fonte di entrate dello Stato iraniano e, di conseguenza, la capacità del regime di finanziare la guerra e sostenere l’economia. L’isola raccoglie il petrolio proveniente dai principali giacimenti del Paese attraverso oleodotti e lo carica sulle petroliere dirette soprattutto verso l’Asia. Proprio per questo è considerata da anni il punto più vulnerabile della strategia energetica iraniana e uno degli obiettivi più sensibili in caso di conflitto. Un attacco su larga scala o un eventuale controllo militare dell’isola potrebbe avere effetti non solo sull’Iran, ma anche sui mercati globali del petrolio e sulla stabilità del Golfo Persico, trasformando Kharg in una leva geopolitica decisiva nello scontro tra Washington e Teheran.
Guerra a oltranza?
Il tycoon ha dichiarato che l’Iran “è morto come i suoi piani per annientare Israele” e ha fatto appello ai Paesi “specialmente quelli colpiti dal tentativo dell’Iran di chiudere lo stretto di Hormuz” di inviare navi da guerra “per mantenere lo stretto aperto e sicuro”. “Si auspica che la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e gli altri Paesi penalizzati da questa restrizione artificiale inviino navi nell’area, affinché lo Stretto di Hormuz cessi di rappresentare una minaccia da parte di una Nazione che è stata totalmente decapitata” ha scritto su Truth. L’Iran d’altro canto, si gioca la sua partita e ribadisce che Hormuz resta chiuso ma solo per gli Usa e i loro alleati. Ieri, due navi indiane sono infatti state fatte passare, dopi che Nuova Delhi aveva rilasciato tre petroliere iraniane. Entrambe le parti, ancora ieri hanno respinto gli sforzi dell’Oman e della Turchia di avviare una mediazione. Per gli esperti israeliani, l’Iran avrebbe 450 chili di uranio arricchito, che, per considerare la guerra un successo, deve necessariamente essere messo in sicurezza.

Luci e ombre
I media riportano che rappresentanti israeliani e libanesi dovrebbero incontrarsi nei prossimi giorni per una serie di colloqui. L’Idf, però, continua a bombardare. Ancora ieri hanno reso noto di aver colpito 110 centri di comando di Hezbollah. A questi vanno aggiunti gli attacchi agli Emirati e soprattutto in Iraq, che rischiano di ampliare ancora di più il conflitto.