Intervista, Alberto Fortis: “La TV non aiuta più la musica, oggi prevale l’indottrinamento delle fotocopie ciclostilate”

Alberto Fortis non è mai stato a Sanremo. “Ma non è mai stata una scelta – spiega in una lunga intervista a TVBlog durante l’incontro per “Noi Non Ci Sanremo” – c’è stato un periodo in cui mi avevano chiesto di andarci, ma era il periodo in cui Sanremo era di un certo stile, di un certo indirizzo di canzone, e si preferiva per esempio fare il Festival Bar con la finale all’Arena di Verona. Poi per un paio di volte abbiamo anche tentato di andarci, non alla fine ci siamo riusciti. Sanremo è una macchina complicatissima e vedremo se mai succederà, perché comunque nella carriera questa cosa manca. Sono uno dei pochissimi a non averlo mai fatto…”.

Ma al di là del Festival, è sul sistema musicale nel suo complesso che il cantautore piemontese (70 anni compiuti lo scorso giugno) ha voluto riflettere, con particolare attenzione al ruolo della televisione e dell’industria discografica nel plasmare – o distruggere – la qualità musicale.

La responsabilità dell’arte

“Noi oggi dobbiamo pensarla in modo quasi ghandiano – ha esordito Fortis facendo riferimento alla “controprogrammazione” di “Noi Non Ci Sanremo” –  perché così si parte in modo non forzato da un seme e da un ragionamento diverso. Però oggi è fondamentale cercare di portare questo aspetto sostanziale di qualità della musica, perché è vero, non è una critica generazionale: è vero che entrando nell’epoca della liquidità, quindi dell’algoritmo, dipendiamo dall’equazione dell’algoritmo. C’è sempre meno tempo per sedimentare quel giusto tempo umano per l’arte, per farla maturare”.

Il cantautore ha però voluto guardare al futuro con ottimismo, pur riconoscendo i pericoli: “L’arte ha il diritto-dovere di pensare e pensarsi col bicchiere mezzo pieno. Io sono sicuro che per quanto da una parte potrebbe esserci quel terrore del futuro distopico intuito dalla letteratura cinematografica da Blade Runner a Matrix, dall’altro penso che alla fine la natura umana, per quanto adesso stia esprimendo internazionalmente anche politicamente delle cose orribili, abbia invece obbligatoriamente il senso del colpo di coda”.

La musica tradita dall’industria

È quando si è parlato del rapporto tra musica e industria che Fortis si fa più diretto e più critico: “La mia impressione è che la musica non venga aiutata anche da un punto di vista industriale. Una volta c’erano editori, che erano veri imprenditori che amavano la musica, che investivano, che sapevano che cos’era una sala di incisione, chi era un produttore, come nasceva un disco e come promuoverlo dalla A alla Z. Ora tutto mi sembra frettoloso e improvvisato, per cui se tu hai fatto una bella foto sul social puoi fare un disco”.

La posizione di Alberto Fortis è chiarissima: “Quando enunciamo, barra denunciamo, queste realtà non vogliamo andare in polemica: lo facciamo per amore dell’arte, per amore di una sostanza che è stata tradita e svilita fortemente in nome della quantificazione economica”.

I “signori discografici” del passato

Fortis ha portato la propria esperienza personale come esempio: “Io sono passato sotto le forche caudine di Vincenzo Micocci, scrivendo poi ‘Vincenzo ti ammazzerò’, stando in stand-by per due anni e mezzo pur con contratto firmato. Però poi sono diventato amico di tutta la famiglia, di Francesco, di Vincenzo, di Mimi, di Stefano, di tutti i figli. Queste sono le belle cose anche della vita. Ma erano dei signori discografici, persone che magari non azzeccavano sempre, ma masticavano la materia e la vivevano anche sulla loro pelle”.

La metafora usata dal cantautore è illuminante: “Io porto l’esempio con la ristorazione, che tanto accomuna noi italiani. Se io vado in un ristorante che mi porta le fotocopie ciclostilate dei piatti che io ordino, forse ci vado la seconda volta per vedere se era uno scherzo, ma alla terza non ci vado più. Ciò che mi meraviglia è l’indottrinamento che è successo per far sì che alla fine questi piatti-canzone fotocopie vadano avanti ben più di due o tre tentativi”.

Il falso storico della domanda generazionale

Uno dei punti più forti dell’intervento di Fortis ha riguardato la presunta necessità di dare a determinate fasce generazionali un certo tipo di musica: “Sono anche convinto che se invece ci fosse una volontà precisissima degli addetti ai lavori, quindi di spendere l’economia in una certa direzione, forse la musica cambierebbe davvero. E non è vero nemmeno il falso storico della fascia generazionale, quando ti dicono che un certo tipo di musica non funziona per un certo tipo di pubblico. O di età… L’algoritmo è diventata la scusa alla quale attribuire l’incapacità o non volontà di fare scelte che sono artistiche”.

A sostegno della sua tesi, ha portato esperienze dirette: “Negli incontri che faccio anche con ragazzi, studenti all’università, studenti di lirica al primo teatro di Ferrara, vedo un parterre meraviglioso di ragazzi che non sono così considerati e nutriti. Quindi qui è la perversa equazione del lucro, del denaro, o magari di persone che si sono impossessate di posti di lavoro senza averne la competenza, semplicemente per un organigramma di comodo”.

Luigi De Gregori
Luigi De Gregori, sul palco di Noi Non Ci Sanremo, che ha creato ormai da quasi venti anni – Credits Antonella Bonetti (TVBlog)

La velocità della musica

Fortis ha sottolineato il potere unico della musica: “La musica è la forma d’arte più veloce, più intensa, più immediata che esista. E se a livello sensoriale, al di là di algoritmi, equazioni prefabbricate, furbizie e quant’altro, non stimola più anche in chi non è proprio esperto di materia musicale, cade il castello di carte”.

Alberto Fortis era tra i nomi di maggior peso alla recente rassegna Noi Non Ci Sanremo, organizzata a Milano da Luigi Grechi De Gregori. 

Citando Primo Levi, il cantautore ha concluso con una riflessione amara sulla realtà contemporanea: “Cito sempre queste parole di Primo Levi quando diceva, riferendosi ad altre cose, che la follia non ha un perché. Perché veramente non ci spiegheremmo come mai assistiamo a una realtà internazionale politica così disumana, dove 4-5 chiamiamoli oligarchi che hanno i loro cerchi magici riescono a far da padrone su miliardi di persone. C’è un qualcosa che non sta funzionando”.

L’arte come antidoto

Ma il messaggio conclusivo del cantautore è anche di speranza e responsabilità: “Io mi auguro che si sia arrivati veramente a raschiare il barile in questo, perché è disumano, quindi è una cosa semplice che non risponde alla nostra specie. L’arte ha la grande responsabilità di lasciare qualcosa, e la gioia di lasciare qualcosa, alla nostra imminente generazione futura. Questo è il momento per assumersi le nostre responsabilità fortemente”.

Alberto Fortis, che ha pubblicato il suo ultimo album “Sinarra” nel 2021 dopo una carriera che conta 12 album in studio, rimane fedele a quella libertà espressiva che lo ha sempre contraddistinto fin dall’esordio del 1979 con l’album eponimo che conteneva canzoni come “Milano e Vincenzo” e “Il Duomo di notte”. Una libertà che oggi rivendica anche come necessità artistica oltreché civile.