Giustizia, Meloni apre ai pm: “Scriviamo le regole insieme. Ma se perdo, non mi dimetto”

Roma, 16 marzo 2026 – Giorgia Meloni va in tv, su Retequattro, per spargere a piene mani un messaggio rassicurante: se vince il Sì al referendum non sarà l’Armageddon. “Non crollerà niente”. Intervistata da Nicola Porro per Quarta Repubblica (venti minuti quasi monografici), la premier difende la riforma della giustizia: “Non è fatta contro, ma per tutte le toghe”, serve a “liberarle dalle correnti” e “a fare avanzare quelle brave”.

Poi l’affondo contro la sinistra, che “si appiglia al fascismo perché non ha argomenti”, dimenticando che in passato “sia il Pd che il M5s” hanno sostenuto punti chiave del disegno di legge, come “la separazione delle carriere e il sorteggio”. Non rinuncia a pungere quella “minoranza di giudici” che emette sentenze – a suo dire – per ostacolare le politiche del governo, come nel caso dei migranti in Albania.

Referendum, Conte: “No ai politici che vogliono mettersi al riparo dalla magistratura”

“Se non passa, io resto e la giustizia non funziona”

La premier Giorgia Meloni ospite della trasmissione televisiva di Rete4 "Quarta Repubblica"
La premier Giorgia Meloni ospite della trasmissione televisiva di Rete4 “Quarta Repubblica”, Roma 16 marzo 2026. ANSA/Filippo Attili – Uff stampa Palazzo Chigi + UFFICIO STAMPA, PRESS OFFICE, HANDOUT PHOTO, NO SALES, EDITORIAL USE ONLY + NPK

Tuttavia, il focus dell’intervento resta saldamente ancorato al merito: “Si vota su quello”. E così, “se non passa, io resto e la giustizia non funziona”. Si impegna a spiegare nel dettaglio i passaggi di un provvedimento complicato (“non tutti sono giuristi”), annunciando una norma, da inserire nelle leggi di attuazione, “che impedisce a chi ha fatto politica per un periodo di tempo di andare al Csm”. Non rilancia l’ipotesi di un tavolo con le toghe per la stesura dei decreti attuativi (annunciata in precedenza al quotidiano Il Dubbio) con l’appello: “Scriviamoli insieme”. Ma certo adotta toni meno concitati, a sottolineare un netto cambio di passo.

Questa svolta comunicativa tradisce una consapevolezza a Palazzo Chigi: la strategia muscolare usata fin qui non ha pagato. Aver accettato lo scontro sul campo minato della polarizzazione identitaria si è rivelato un autogol. La scelta del frontman non è casuale: per incarnare il nuovo corso, il profilo agguerrito del Guardasigilli Carlo Nordio cede il passo a quello rassicurante e istituzionale del sottosegretario Alfredo Mantovano. Che spiega: “Non è un voto sul governo, ma una vittoria del No bloccherebbe la riforma per decenni”. Del resto, per vincere non basta mobilitare i propri elettori; bisogna allargare lo sguardo verso i garantisti del centrosinistra. Nella maggioranza non è passata inosservata la scelta di Matteo Renzi di lasciare libertà di voto, né il coming out del fondatore dell’Ulivo Arturo Parisi: “Voterò sì”.

Le posizioni dei partiti sul referendum giustizia 2026: il fronte del Sì, quello del No e chi sta in mezzo

Le incognite che pesano. Pd: “Destra disperata”

L’inversione di rotta, tuttavia, deve fare i conti con due incognite che pesano sull’esito del referendum. La prima è il fattore tempo: le scadenze stringono e i margini per far sedimentare la svolta moderata sono ridotti. La seconda riguarda il fronte interno: le voci dissonanti e le uscite estemporanee dal ventre del centrodestra rischiano di sabotare lo schema di gioco. Emblematica la gaffe del deputato di FdI Aldo Mattia, che in un evento elettorale in Basilicata ha invitato a usare “il solito sistema clientelare” pur di “vincere la battaglia”.

Parole stigmatizzate dal segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, e su cui piovono pietre dal fronte del No. “Non si può invitare a commettere un reato per cambiare la Costituzione”, attacca la segretaria del Pd, Elly Schlein. Rincara la dose Giuseppe Conte (M5s): “Il partito di Meloni va a caccia sui territori del peggior voto clientelare pur di far passare la riforma”. Nel centrodestra l’imbarazzo è evidente e costringe i vertici a gestire l’ennesimo cortocircuito comunicativo.

Dall’altra parte della barricata, l’opposizione non abbassa i decibel, rinvigorita dai sondaggi. Il Pd, con Francesco Boccia e Debora Serracchiani, bolla l’esecutivo come una “destra disperata”, pronta a tutto per vincere: dall’inneggiare al clientelismo fino alla goffa strumentalizzazione di vecchie dichiarazioni del capo dello Stato, Sergio Mattarella, in un post social poi frettolosamente rimosso dal comitato ‘Giustizia Sì’ tra le polemiche.

Alla fine, la partita referendaria si gioca su un sottile filo di contraddizioni. Da un lato c’è l’operazione “camomilla” di Palazzo Chigi per spoliticizzare il voto; dall’altro le continue spallate dei falchi della maggioranza e gli attacchi di un’opposizione pronta a sfruttarne ogni passo falso. Per Giorgia Meloni la vera sfida, ora, non è solo difendere la riforma, ma riuscire a silenziare il rumore di fondo del suo stesso schieramento.