Roma – Se l’Iran continuerà a bloccare il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, la risposta sarà la distruzione delle infrastrutture energetiche del Paese. È il messaggio inviato da Israele e Stati Uniti a Teheran con i raid contro gli impianti di South Pars – la più grande riserva di gas conosciuta al mondo, condivisa tra Iran e Qatar, di fondamentale importanza strategica per il mercato energetico globale – e di Asaluyeh, sito petrolifero e petrolchimico, nel sud del Paese. Un cambio di postura da parte dell’amministrazione Trump – inizialmente contraria a colpire le infrastrutture energetiche iraniane – che, alla terza settimana di guerra, punta all’escalation aprendo la strada a quella che già viene definita una ‘guerra energetica’.
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L’attacco, ha tuonato Teheran, è un “crimine di guerra” che non resterà impunito. “È in vigore la legge del taglione e si apre un nuovo livello di confronto” ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf mentre il presidente irariano Masoud Pezeshkian ha parlato di “ripercussioni incontrollabili i cui effetti si estenderanno al mondo intero”. I pasdaran hanno inserito tra gli ‘obiettivi legittimi’ cinque siti: la raffineria Samref e il complesso petrolchimico di Jubail, in Arabia Saudita; il giacimento di gas di Al-Hasan (Emirati Arabi Uniti); il sito petrolchimico di Mesaieed e la raffineria di Ras Laffan, in Qatar. Quest’ultima è stata già ieri oggetto di un raid che ha causato gravi danni, mentre in Arabia Saudita è stato intercettato un drone indirizzato a un impianto di gas della Provincia orientale.
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E, ora, la promessa di “radere al suolo” gli impianti energetici nemici cambia le carte in tavola mettendo in allarme i paesi del Golfo. Sebbene gli Emirati e alcuni altri Stati del Golfo Persico considerino, ormai, la teocrazia iraniana un nemico esistenziale e spingano affinché il regime venga smantellato non sembrano disposti a barattare la propria sicurezza (in primis energetica) per perseguire tale scopo. Il Qatar ha bollato come “pericoloso e irresponsabile” il raid che ha preso di mire infrastrutture legate al giacimento di South Pars in Iran invitando tutte le parti “alla moderazione, al rispetto del diritto internazionale e a lavorare per una de-escalation che preservi la sicurezza e la stabilità regionale”. Per gli Emirati Arabi Uniti “prendere di mira le infrastrutture energetiche costituisce un’escalation pericolosa, una minaccia diretta alla sicurezza energetica globale”.

Nel frattempo le Forze di Difesa Israeliane (Idf) continuano a decapitare la leadership di Teheran. “L’intensità degli attacchi in Iran sta aumentando: siamo nel mezzo della fase decisiva. Nessuno in Iran gode di immunità e tutti sono nel mirino” ha affermato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annunciando l’uccisione in un raid del ministro dell’Intelligence iraniano, Ismail Khatib, considerato uno dei più stretti alleati dell’ex guida suprema Ali Khamenei. E ora le autorità di Teheran promettono vendetta. “Ogni sangue ha un prezzo che i criminali assassini dei martiri dovranno presto pagare”, ha avvertito Mojtaba Khamenei. “Il sistema è solido, non dipende da un singolo individuo” ha assicurato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi.

Ieri, intanto, Teheran ha eseguito la prima esecuzione di una pena capitale dall’inizio della guerra: Kouroush Keyvani, cittadino provvisto anche di nazionalità svedese è stato giustiziato con l’accusa di “spionaggio in favore del regime sionista”. Un’esecuzione a cui il governo scandinavo ha reagito duramente, convocando l’ambasciatore dell’Iran.