Segni di colpi a raffica, compatibili con un’arma “automatica” ante litteram, sono stati individuati sulle mura settentrionali di Pompei e ricondotti all’assedio guidato dal generale romano Lucio Cornelio Silla. La scoperta, firmata da un team italiano e pubblicata sulla rivista Heritage, suggerisce l’impiego di un polybolos, macchina bellica capace di scagliare più proiettili in rapida successione.
Per anni l’attenzione degli studiosi si è concentrata sui grandi crateri circolari provocati dalle palle di pietra delle catapulte. Accanto a questi, tuttavia, compaiono fori più piccoli, a sezione quadrata e disposti “a ventaglio”, spesso liquidati come semplici segni d’usura o danni indistinti da battaglia. Le ricercatrici propongono invece una lettura diversa: quelle tracce sarebbero l’impronta di un sistema di tiro ripetuto e ravvicinato.
La chiave è nella conservazione eccezionale garantita dalla cenere vulcanica, che ha preservato con precisione le superfici murarie. Attraverso rilievi digitali di profondità, larghezza e geometria dei fori, il team ha costruito modelli tridimensionali poi confrontati con le descrizioni antiche delle macchine da guerra. La corrispondenza con il funzionamento del polybolos — una sorta di “mitragliatrice” ante littaram descritta già nel III secolo a.C. — è risultata convincente. A rafforzare l’ipotesi contribuisce il confronto con reperti museali: dardi in ferro associati alla catapulta scorpion presentano dimensioni compatibili con quelle ricavate dai modelli 3D degli impatti.
L’articolo A Pompei i segni del polybolos: la “mitragliatrice” dell’antichità proviene da Blitz quotidiano.