Cinquantaquattro anni. Tanto ha dovuto aspettare Donna Motsinger per sentirsi dire da una giuria che il suo racconto era credibile. Una giuria civile della Corte Superiore di Los Angeles ha stabilito che Bill Cosby, nel 1972, somministrò alla donna — allora cameriera — del vino e una pillola che la rese incapace di reagire, prima di aggredirla sessualmente.
Il risarcimento stabilito ammonta a 19,25 milioni di dollari, ai quali si aggiunge la possibilità di ulteriori danni punitivi ancora da quantificare.
Bill Cosby, la condanna definitiva
Cosby, 88 anni, non ha testimoniato al processo. La sua legale ha già annunciato ricorso, dichiarando di ritenere solide le basi per l’appello.
Donna Motsinger, accogliendo il verdetto, ha detto di sperare che questa sentenza possa essere utile almeno in parte alle altre donne che hanno vissuto esperienze simili. Ha sottolineato l’importanza di essere creduta, pur trattandosi di un procedimento civile e non penale.
La causa è stata resa possibile da modifiche legislative in California che consentono di presentare denunce per violenze sessuali anche oltre i termini ordinari di prescrizione — una finestra legislativa che ha aperto la strada a diversi procedimenti che altrimenti non avrebbero mai raggiunto un’aula di tribunale.
Il volto della televisione americana
Per capire la portata di questa caduta bisogna tornare indietro a quando Bill Cosby era qualcosa di più di un attore di successo. Era un’istituzione. Negli anni Ottanta il suo nome era sinonimo di famiglia, di valori, di quel tipo di umorismo caldo e rassicurante che non offende nessuno e fa ridere tutti. The Cosby Show, lanciato dalla NBC nel 1984 e rimasto in onda per otto stagioni, radunava ogni settimana circa trenta milioni di spettatori.
Il suo personaggio, il dottor Cliff Huxtable — medico premuroso, padre affettuoso, marito paziente — era diventato un punto di riferimento culturale per un’intera generazione di americani, bianchi e neri.
Un successo globale
Ma non era solo la serie televisiva. Cosby era ovunque: nelle pubblicità della Jell-O, nei commercial della Coca-Cola, nei programmi educativi per bambini. Era il volto di Fat Albert, aveva condotto Picture Pages, era comparso su Sesame Street. Aveva costruito con meticolosa determinazione l’immagine dell’uomo che insegna, che educa, che guida. Il soprannome che il pubblico e i media gli avevano cucito addosso — “America’s Dad”, il papà d’America — era la sintesi perfetta di un’operazione di costruzione identitaria durata decenni.
Sul piano professionale, Cosby era stato un pioniere. Nel 1965, nel pieno delle tensioni razziali che attraversavano gli Stati Uniti, era diventato il primo attore nero a interpretare un ruolo da protagonista in una serie drammatica americana, la serie spionistica I Spy. In un’epoca in cui alcune emittenti del Sud si rifiutarono persino di mandare in onda la trasmissione, lui vinse tre Emmy consecutivi come miglior attore — un record che rimane tuttora imbattuto. Aveva aperto porte che prima erano semplicemente chiuse.

Il crollo dell’America’s Dad
Il primo segnale pubblico che qualcosa non tornava arrivò nel 2005, quando Andrea Constand, una dipendente della Temple University, denunciò di essere stata drogata e molestata da Cosby nella sua abitazione l’anno precedente. I procuratori declinarono l’accusa per mancanza di prove, ma la donna intentò una causa civile che si concluse con un accordo extragiudiziale nel 2006. Tra i testimoni a favore della querelante si erano già presentate altre tredici donne, la maggior parte in forma anonima, con racconti analoghi.
Per anni quelle voci restarono ai margini. Cosby continuava a comparire nei programmi televisivi, a fare tournée di stand-up comedy, a incarnare pubblicamente i valori che aveva sempre professato.
La distanza tra l’immagine pubblica e ciò che accadeva lontano dai riflettori era pressoché incolmabile, e i meccanismi dello show business — che tradizionalmente invitano a guardare altrove quando il nome sul copione è abbastanza grande — facevano il resto. Poi, a poco a poco, pubblico in flessione, con uno stuolo di fedelissimi che non credevano alle accuse: e lo difendevano pubblicamente. Ma a poco a poco le voci sono diventate sempre più numerose e sempre più evidenti. Impossibili da zittire.
Bill Cosby, le accuse e il processo
Il punto di svolta arrivò nel 2014 da un luogo inaspettato: un monologo non pianificato del comico Hannibal Buress durante uno spettacolo a Filadelfia, la città di Cosby. Buress disse, in modo diretto e senza particolari elaborazioni, che Cosby era un stupratore, e invitò il pubblico a verificarlo con una semplice ricerca online. Quella clip, ripresa da un telefono cellulare in qualità mediocre, fece il giro del web. Nel giro di pochi mesi, decine di donne si fecero avanti pubblicamente. Il numero complessivo delle accusatrici avrebbe superato quota cinquanta.
La condanna, l’annullamento
Nel 2018, in piena stagione del movimento #MeToo, Cosby fu dichiarato colpevole in sede penale per aggressione sessuale aggravata nei confronti di Andrea Constand. La condanna iniziale stabiliva dai tre ai dieci anni di carcere. Sembrava la conclusione di un percorso lungo e doloroso. Non lo era.
Nel 2021 la Corte Suprema della Pennsylvania annullò la condanna, stabilendo che Cosby era stato privato di un processo equo: un accordo raggiunto con un procuratore nel 2005 avrebbe dovuto impedire che quelle stesse dichiarazioni venissero poi usate contro di lui in sede penale.
Bill Cosby uscì di prigione dopo circa due anni di detenzione. Tecnicamente libero. Ma la sua reputazione, come osservò all’epoca un’analista legale, era definitivamente e irreversibilmente compromessa. Non sarebbe mai più tornato a essere “America’s Dad”. Tutto ciò che aveva costruito in decenni — la credibilità televisiva, i contratti pubblicitari, gli incarichi istituzionali, le lauree honoris causa — era già scomparso.
Un’eredità impossibile
La sentenza californiana su Donna Motsinger è l’ultimo atto di una storia che continua a fare i conti con sé stessa. I procedimenti civili contro Cosby si sono moltiplicati negli anni, resi possibili da norme legislative che hanno esteso i termini di prescrizione proprio per reati di questo tipo. L’uomo che aveva donato ingenti somme alle università storicamente nere, che aveva creato borse di studio, che si era guadagnato il dottorato e lo aveva usato come scudo di rispettabilità, è oggi un ottantottenne che risponde in aula di fatti risalenti a oltre mezzo secolo fa.
Ciò che resta di The Cosby Show — una delle serie più viste e influenti nella storia della televisione di tutti i tempi, popolarissimo anche in Italia, un programma che per milioni di famiglie rappresentava un modello di aspirazione e di normalità — è diventato un oggetto culturalmente impossibile da maneggiare. Non più replicato, rimosso dagli archivi delle piattaforme, citato solo come controprova di quanto possa essere ingannevole la distanza tra un personaggio e la persona che lo interpreta.
La storia di Bill Cosby è, tra le altre cose, la storia di come un’immagine televisiva possa diventare talmente potente da oscurare per decenni tutto ciò che sta dietro. E di quanto tempo, a volte, serva perché la realtà riesca a farsi largo.