Intervista, Francesco Baccini: “Siamo alla deriva, i trapper sono i nuovi Claudio Villa”

Francesco Baccini compirà sessantasei anni il prossimo ottobre, ma continua a fare la vita che faceva vent’anni fa. Lo dice lui stesso, con quella franchise disarmante che lo ha sempre contraddistinto. La moto, le sigarette eternamente da smettere — “sono deciso, stavolta” —, le analisi nonostante tutto, e il fegato grasso che paradossalmente lo ha salvato: “Mi ha detto il medico che se avessi bevuto, con questo fegato mi beccavo la cirrosi sicuro. Pensa che culo, io che non ho mai bevuto, zero, non mi piace, mi fa schifo”.

Un artista ‘maledetto’ che non beve. Una delle tante contraddizioni di un personaggio che da trentacinque anni sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione.

Francesco Baccini, Genova per noi

Genovese, figlio di un portuale — “Devo a mio padre quello che sono diventato, anche se è morto prima di vedermi cantare” — Baccini esordisce alla fine degli anni Ottanta con Cartoon, un disco che già allora era una dichiarazione di guerra agli anni dell’immagine, dell’apparenza, del look sopra ogni cosa. Ma prima di diventare famoso era una presenza fissa tra i locali del centro, in particolare uno, poco sopra l’università di via Balbi. Si chiamava Panteca. Un pianoforte verticale scordato e chi voleva suonare e cantare si accomodava. Lui era uno dei pochi ad avere una sorta di spazio in cartellone. È lì che ha fatto le prove generali.

Ha anche cantato a Sanremo, ma non lo ricorda nessuno. Anche perché era sotto uno pseudonimo azzardato e poco chiaro, Espressione Musica. sigla finale del 1988, Mamma dammi i soldi. L’album Cartoon sarebbe arrivato solo l’anno dopo: “Prendevo in giro quel mondo e quegli anni, che mi sembravano davvero degni di un cartone animato, di un fumettone. E invece non ne siamo mai usciti, anzi gli anni Ottanta sono assolutamente trendissimi oggi. Quasi quarant’anni dopo, la diagnosi non è cambiata. Forse è addirittura peggiorata”.

Il nuovo disco: Nomi, Cognomi e una sorpresa

Il progetto su cui Baccini sta lavorando si chiama, non a caso, Nomi e Cognomi 2. Il primo capitolo, uscito circa trentacinque anni fa, era stato un successo e anche una piccola bomba: canzoni dedicate a personaggi reali, alcuni dei quali non avevano gradito. Antonello Venditti se l’era presa a morte. Giulio Andreotti, che all’epoca ricopriva qualche ruolo di governo, non meno: “Pensa se oggi uscisse un disco così. Le facce che farebbero”.

Il video della canzone su Andreotti, con le tonache rosse, era quasi un corto cinematografico — girato da un regista bolognese che lavorava con Gianni Morandi e Luca Carboni, tra i più ricercati dell’epoca: “L’avevo pensato come una rivisitazione Gospel e mi ero divertito un mondo a farlo. Avevo preso dei rischi ma c’erano alcune cose che volevo assolutamente fare. Un tour in un tendone da circo per esempio. Mi dicevano che ero matto… Ma la verità è che mi sono anche divertito molto”.

Francesco Baccini, da Matilde a Califano

Il nuovo Nomi e Cognomi ha la stessa struttura. Ma Baccini lo presenta un pezzo alla volta, un po’ come sta facendo Peter Gabriel con i suoi ultimi capolavori I/O e O/I i cui primi brani escono proprio in questi giorni.

La struttura è la stessa di allora — ogni brano è un nome e un cognome — in un mondo attorno è profondamente diverso. Il primo è dedicato a Matilde De Lorenzi, la giovane sciatrice morta a diciotto anni durante un allenamento: la canzone è diventata la sigla del docufilm su Ghedina, disponibile su Prime dal 6 aprile. Il secondo, già fuori, è dedicato a Franco Califano. “La prima parola è maledetto. E poi fa pace con se stesso: benedetta lei, benedetto tu, benedetto io, benedetti tutti. Trovo che suoni molto Califano…”.

Un ritratto in musica dell’eterno tormentato, dell’artista che Baccini ha conosciuto e che considera emblematico di una categoria oggi in via di estinzione. Gli altri nomi restano segreti, li svelerà uno alla volta, non c’è fretta: “C’è anche una sorpresa e non so come la prenderete” dice con quella soddisfazione trattenuta di chi sa già di aver fatto una cosa bella.

La produzione è ambiziosa: orchestra, elaborazione digitale, direzioni musicali completamente diverse da un brano all’altro. “Ogni canzone è un film, un quadro diverso. Matilde De Lorenzi e Califano sono due mondi totalmente diversi”. A sostenerlo economicamente è la Zura Music, etichetta che ha investito con convinzione in un progetto definito dallo stesso Baccini “costoso”. Le aspettative? “Niente. Non voglio fare più clic di Sfera Ebbasta. Voglio fare le cose che mi va di fare come sempre”.

La figura dell’artista che stiamo dimenticando

Il filo che tiene insieme i brani — e la conversazione — è una riflessione sulla figura dell’artista, su cosa significhi oggi avere qualcosa da dire e trovare il coraggio di dirlo. Baccini parte da Califano ma allarga subito il quadro a De André, a Enzo Jannacci, a Giorgio Gaber: “Non facevano i dischi perché speravano di vendere a un determinato target. Tu facevi un disco perché avevi un’esigenza, anzi… un’urgenza di dire delle cose. Oggi invece tutto si confonde e si mischia, il personaggio con l’artista, la canzone con il reel. E si fa una gran confusione. I fan seguono il loro cantante come se fosse una squadra di calcio, diventano integralisti non accettano critiche, ma spesso è lo stesso cantante che non ha la minima capacità di autocritica”.

Una volte il cantante era una voce da ascoltare: “Non credo sia più così. L’autorevolezza non ce l’ha più nessuno. L’hanno cancellata. Se Montale avesse una pagina Facebook gli direbbero non rompere. Quando Umberto Eco disse che i social danno il microfono al cretino da bar, l’hanno massacrato. Eppure aveva visto lungo”.

Il problema dei social, secondo Baccini, è che hanno eliminato il filtro. La televisione, con tutti i suoi difetti, ne aveva uno. Oggi la sciura di provincia è sullo stesso piano di Umberto Eco, e questo non è democrazia: “La democrazia non è quella roba lì, no, nel modo più assoluto. Non è chi parla più forte o chi insulta in modo più colorito. Non è che se tutti parlano perché hanno il diritto di farlo siano tutti da ascoltare. I social sono pieni di errori, imprecisioni, pareri contraddittori. E la gente finisce per copiare e incollare anche le opinioni: a volte senza averne una”.

Francesco Baccini
Francesco Baccini, genovese, genoano, 65 anni e un album in uscita – Credits TV Blog.it

La grande stagione irripetibile e la discesa continua

Francesco Baccini si definisce un Highlander: “Arrivo dal Novecento proiettato nel Duemila. Ho visto e vissuto un altro momento. Ma da quella prospettiva privilegiata la parabola è stata impietosa. Gli anni Sessanta e Settanta sono stati, un periodo probabilmente irripetibile nella storia dell’umanità, frutto di un allineamento di circostanze eccezionali: l’Italia che usciva dalla guerra e dalla dittatura, un paese semianalfabeta che in una generazione sola aveva mandato all’università i figli degli operai e dei contadini, e poi la una televisione che non intratteneva soltanto ma riusciva ad alfabetizzare davvero. Io ho imparato l’inglese con le lezioncine della Rai nel pomeriggio, durante la TV dei ragazzi”.

Da quel picco in poi è stata una picchiata: “Dagli anni Ottanta ho visto tutto scendere, scendere, scendere e scendere ancora. Poi è arrivato il COVID e dopo è stato un precipizio”.

Il paradosso, nota con amarezza, è che siamo arrivati così in basso che certi nomi del passato vengono rivalutati quasi per contrasto: “Prendiamo Rino Gaetano per esempio, che ai suoi tempi non veniva preso completamente sul serio nemmeno dai colleghi, oggi è probabilmente più conosciuto tra i ragazzi di quanto non lo siano gli artisti che dominavano le classifiche quando lui era in vita. Oggi è più facile che un ragazzo conosca Rino Gaetano che Battisti. Gli artisti, nel passato, diventavano famosi cento anni dopo la morte. Oggi i tempi si sono compressi, magari ne bastano trenta, ma la sostanza non è cambiata: quello che rimane è quello che hai fatto, non quante volte sei stato condiviso”.

Rap, trap e la fine della melodia

Sul panorama musicale contemporaneo, Baccini è netto. Il rap lo aveva già ascoltato nel 1982: “Dopo sei mesi, un anno, per me era già abbastanza”.

La trap è una variante dello stesso schema. La sua tesi è che dall’avvento del punk e del rap in poi non sia più nato un genere musicale davvero nuovo — solo sottogeneri, derivazioni, ricicli: “Il punk era la negazione della musica, una provocazione. Il rap è nato come negazione totale della melodia, una serie di insulti e parole su una base. La necessità era la metrica, certo non l’etica né tantomeno la poetica. Tutto è diventato più semplice. Ma non ci siamo più discostati da lì”.

Il problema, semmai, è che questi generi nati come provocazione e ribellione sono diventati mainstream, perdendo per strada l’unica ragione che li giustificava: “I trapper di oggi sono Claudio Villa e Nilla Pizzi. Vogliono fare i contro-sistema, ma la realtà è che loro sono diventato il sistema. E nemmeno lo sanno. Li hanno fregati. Se ne accorgeranno quando avranno cinquant’anni”.

Sanremo? Zero interesse

Su Sanremo, Baccini è categorico. Non lo ha mai seguito, nemmeno da ragazzo. Quando era piccolo ascoltava i cantautori che al Festival non andavano, e quello era il suo metro di giudizio. Oggi lo paragona ai film di Natale con Boldi e De Sica: “Lo guardo due minuti e cambio. Non è snobismo, è che perché devo farmi del male?”.

L’idea che ogni anno possa esserci una sorpresa, un outsider, un colpo di scena, gli fa lo stesso effetto di chi crede ancora a Babbo Natale. Lucio Corsi, indicato da molti come l’ultima anomalia del Festival, è in giro da dieci anni: “Chi ascolta un po’ di musica lo conosceva già”.

La TV generalista in generale non lo tocca. Guarda il Genoa, sua vecchia passione – “direi quasi una malattia” – , qualche film e le reti di streaming on demand.

“Domenica In la guardavo quando ero piccolo insieme ai miei nonni. Ora davanti alla TV non resisto più di due minuti, scatta la botta di rincoglionimento”. Carlo Conti a Sanremo per cinque giorni? “Belìn… è ome stare sessantacinque ore allo sportello della banca”.

A sessantacinque anni, con un disco in lavorazione che considera tra i più ambiziosi della sua carriera, Francesco Baccini non sembra particolarmente interessato a piacere a tutti: “Ero abbastanza incorruttibile a ventinove anni quando facevo la notte fuori e mi svegliavo semiaddormentato su una panchina. Pensa a sessantacinque quanto può fregarmi”.