Roma – Che la leadership di Antonio Tajani sia a termine è inequivocabile sin da prima del risultato referendario infelice per le aspettative garantiste e liberali di Forza Italia e della famiglia Berlusconi. Che esista un’effettiva ipotesi di sostituzione a breve termine è altrettanto poco plausibile. Dopo la successione del capogruppo al Senato di lungo corso alla destra nazionale, Maurizio Gasparri, con la figlia dell’ex leader socialista, Stefania Craxi, si vocifera infatti di un avvicendamento anche al vertice del gruppo alla Camera guidato dal fedelissimo del segretario Paolo Barelli, cui si dice potrebbe succedere il giornalista vicepresidente dell’aula di Montecitorio Giorgio Mulè; per cui si profilano persino più alti incarichi di vertice nel partito, rigorosamente smentiti dal diretto interessato e altre persone informate.
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Di certo c’è che la famiglia Berlusconi, nella persona soprattutto della presidente di Mondadori Marina, è a dir poco insoddisfatta della sconfitta referendaria e delle tonalità sin troppo acute con cui è stata condotta la campagna. Questa sarebbe anzitutto la ragione della rimozione di Gasparri, che comunque prenderà il posto di Craxi alla presidenza della commissione esteri del Senato, come dell’insoddisfazione nei riguardi di tutta la maggioranza di centrodestra. Che gli eredi Berlusconi – Pier Silvio per ora da imprenditore, Marina da indiscussa eminenza – vagheggino orizzonti più liberali, democratici, europeisti, di cittadinanza e soprattutto di mercato rispetto alle concezioni considerate grette e corporative della compagine di governo non è del resto un mistero. Che Forza Italia sia capace di corrispondere alle aspettative della famiglia è invece un altro discorso.

Il ministro degli Esteri Tajani non solo ha traghettato il partito oltre la morte del fondatore, ma lo ha mantenuto finora nella competizione elettorale, concorrendo in modo crescente col partner di governo leghista. E questo è un risultato inconfutabile. Allo stesso tempo il partito azzurro post-berlusconiano, socio del Ppe che domina in Europa, non ha mai nascosto la propria vocazione nei riguardi delle larghe intese coi socialisti che includono il Pd (a loro volta in declino a Bruxelles), per mantenere la cinquantennale e fondamentale egemonia sulle tecnocrazie europee. Governi come quello di Mario Draghi docent. E la famiglia Berlusconi sembra più orientata a collocarsi su questo corso che a inseguire le intemperanze del presidente statunitense Donald Trump cui si vanno più o meno accodando gli altri partner di governo, dalla premier Giorgia Meloni al suo altro vice Matteo Salvini. E questo, sia politicamente che economicamente, è il vero punto dirimente.

Ciò premesso, a detta degli ex parlamentari fedelissimi del Cavaliere la situazione non è per nulla rosea. Quel che resta del partito berlusconiano è in condizione di reggere ancora per il suo insediamento sociale nei salotti buoni e imprenditoriali del centro-nord e del centro-sud, che comunque hanno difettato al voto referendario. Ma la classe dirigente azzurra latita sia al vertice familiare che a quello politico. Le e gli eredi non sembrano in definitiva interessate/i o capaci di seguire le orme di un padre dall’ombra smisurata. La classe dirigente del partito, invece, è ormai attempata e logora. Eccezion fatta per il leader dei giovani, Simone Leoni, su cui qualcuno vorrebbe puntare anche se non può certo bastare. Il resto è una scommessa da capire.