Accordo Ue sulla riforma delle dogane: stretta sull’e-commerce e nuovo hub europeo per i controlli

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto giovedì 26 marzo uno storico accordo su una riforma di vasta portata del Codice doganale dell’Unione, con l’obiettivo di adattare l’Unione doganale all’esplosione del e-commerce, rafforzare i controlli sui beni che entrano nel mercato unico e ridurre una frammentazione amministrativa che Bruxelles considera ormai insostenibile. L’intesa interviene su uno dei dossier più sensibili per la competitività e la sicurezza economica europea: la capacità dell’UE di controllare, in modo uniforme, flussi commerciali sempre più massicci, rapidi e difficili da tracciare.

L’Unione doganale, in vigore dal 1968, è uno dei pilastri storici dell’integrazione europea: significa che tutti gli Stati membri applicano le stesse tariffe ai beni che arrivano da Paesi terzi e non impongono dazi tra di loro, permettendo così la libera circolazione delle merci una volta superata la frontiera esterna. Tuttavia, il sistema attuale, disciplinato dal Codice doganale dell’Unione entrato in vigore nel 2016, fatica sempre più a reggere l’urto dei nuovi volumi commerciali provenienti in particolare dall’impiego sempre più frequente di piattaforme online di acquisto. A ciò si aggiungono anche le tensioni geopolitiche e la difficoltà nel far rispettare le nuove norme che negli ultimi anni hanno moltiplicato il peso delle dogane anche nell’attuazione delle sanzioni, dei controlli sulle esportazioni e delle misure di sicurezza.

Il punto che ha reso la riforma urgente è soprattutto l’e-commerce. Secondo i dati divulgati dalla Commissione UE nel 2025 sono entrati nell’Unione circa 5,9 miliardi di articoli a basso valore, oltre il 90% dei quali provenienti dalla Cina. Per Bruxelles questo ha messo sotto pressione un sistema che continua a essere gestito da 27 amministrazioni doganali nazionali e da oltre 111 interfacce e sistemi informatici separati, spesso non interconnessi. Il risultato, nella lettura della Commissione, è una vulnerabilità crescente: perdita di entrate pubbliche, frodi, traffici illeciti, prodotti pericolosi o non conformi immessi sul mercato e concorrenza sleale per le imprese europee.

“Negli ultimi trent’anni abbiamo sotto-investito nelle capacità di controllo doganale, abbiamo sotto-investito nelle capacità di vigilanza del mercato. Non controlliamo tutti i prodotti, non c’è un solo Paese dell’UE che controlli tutte le merci in ingresso”, ha osservato in conferenza stampa il relatore del Parlamento europeo per il trilogo, Dirk Gotink (Partito popolare europeo, PPE). Come indicato dall’eurodeputato olandese “se si guarda a quanta parte dei prodotti viene effettivamente controllata, parliamo di percentuali a una cifra, e di percentuali basse a una cifra negli Stati membri”.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, l’europarlamentare del PPE ha anche approfondito i motivi del perché questa riforma, così tanto necessaria, arriva con colpevole ritardo. “C’è una ragione per cui per sessant’anni non abbiamo davvero integrato l’unione doganale, perché tutti diciamo di avere un’unione doganale, ma in questa unione doganale in realtà di unione ce n’è ben poca”, ha osservato. “Abbiamo una tariffa esterna comune. Ma tutto ciò che riguardava le dogane è rimasto nazionale”, ha ammesso l’eurodeputato, che ha inoltre scherzato sul tema osservando che nei fatti ciò che vi era in comune a livello di coordinamento europeo era di fatto un gruppo WhatsApp”.

Questa situazione caratterizzata da una mancanza di coordinamento ha disperso le forze di autorità altamente specializzate e competenti che ad oggi non sono riuscite ad avere davvero sotto controllo quanto accade nel mercato interno europeo.

“Un anno fa gli Stati membri consideravano che tutti i dati che inserivano nel data hub fossero dati loro, e che quindi dovessero dare il via libera per accedere a quei dati. Il che è molto interessante, perché allora io gli chiederei: qual è il senso di creare un unico data hub se poi dentro il data hub ci sono 27 data hub diversi?”, ha osservato l’eurodeputato.

Piattaforme importatrici, cambia la responsabilità

Il primo cambiamento di sostanza riguarda la responsabilità per le vendite online. In base alle nuove norme, i venditori e soprattutto le piattaforme che facilitano la vendita a distanza di beni provenienti da Paesi extra-Ue direttamente ai consumatori europei saranno considerati importatori. Questo significa che non sarà più il consumatore finale a trovarsi formalmente esposto al momento dell’arrivo del pacco, ma saranno gli operatori commerciali a dover trasmettere i dati alle autorità doganali, pagare o garantire gli oneri dovuti e assicurare la conformità delle merci al diritto dell’Unione.

Ai giornalisti, Gotink ha spiegato che, “per le vendite a distanza, il fornitore diventa l’importatore”, cioè “la fabbrica da qualche parte nel resto del mondo diventa l’importatore”, e che sarà a quel punto questo soggetto a ricevere “la responsabilità di trovare un rappresentante legale”.

Si tratta di un cambio di paradigma rilevante. La riforma sposta infatti il baricentro della responsabilità dagli acquirenti individuali verso gli attori economici che organizzano e monetizzano la vendita transfrontaliera. Per operare, questi soggetti dovranno avere una presenza nell’Ue oppure essere rappresentati da un’entità stabilita nell’Unione dotata dello status di operatore economico autorizzato o di operatore commerciale affidabile. L’obiettivo è impedire l’uso di strutture opache o di società di comodo e rendere più chiara la catena delle responsabilità. Sul punto, il relatore del Parlamento europeo ha richiamato le attuali falle del sistema con circa 16 milioni di pacchi che entrano in Europa.

Il nuovo canone sui pacchi e la stretta sui piccoli invii

Un altro punto centrale dell’accordo è l’introduzione di una nuova tariffa di gestione su ciascun articolo spedito direttamente da Paesi terzi ai consumatori dell’UE. La misura serve a coprire i costi aggiuntivi che le autorità doganali sostengono per trattare un numero enorme di piccoli pacchi, tra verifica dei dati, analisi del rischio e controlli documentali o fisici.

L’importo sarà fissato dalla Commissione con atto delegato e riesaminato ogni due anni. Gli Stati membri dovranno iniziare a riscuoterlo non appena il sistema informatico necessario sarà pronto e comunque entro il 1° novembre 2026. Gotink ha ricordato anche la forte asimmetria tra Stati membri nella gestione dei flussi, osservando che “l’80% di tutto il commercio che entra in Europa entra attraverso quattro Paesi e l’89% entra attraverso cinque Paesi”, una concentrazione che rende particolarmente sensibile la questione dei costi e della gestione dei volumi.

Questo nuovo canone va letto insieme a un’altra misura già decisa dagli Stati membri nel dicembre 2025: l’abolizione dell’esenzione doganale per i beni sotto i 150 euro e l’introduzione, dal 1° luglio 2026, di un dazio temporaneo di 3 euro sugli articoli contenuti in questi piccoli pacchi, che arrivano in gran parte attraverso l’e-commerce.

Magazzini nell’UE, controlli più efficienti e sanzioni

La logica della riforma è anche quella di modificare gli incentivi logistici. Venditori e piattaforme extra-UE vengono incoraggiati a creare magazzini nel territorio europeo: in quel caso, le loro spedizioni ai clienti interni beneficerebbero di una tariffa di gestione inferiore, a condizione che le merci siano importate in imballaggi collettivi e in quantità sufficientemente elevate da rendere i controlli più efficienti.

Nello specifico, Bruxelles vuole scoraggiare il modello basato su miliardi di pacchi individuali difficili da controllare e favorire invece flussi più concentrati, più tracciabili e meno costosi da gestire per le dogane.

Il compromesso irrigidisce anche il quadro sanzionatorio. Le imprese che ignorano ripetutamente le norme europee potranno essere colpite con multe pari ad almeno l’1% e fino al 6% del valore totale delle merci importate nell’Ue nei dodici mesi precedenti. Le autorità doganali potranno inoltre sospendere, revocare o annullare lo status di operatore affidabile o di operatore economico autorizzato e segnalare questi soggetti come operatori ad alto rischio.

Come indicato da Goting, l’afflusso di merci problematiche viene ormai visto “come una priorità enorme per le nostre economie”. Per l’eurodeputato molte imprese “stanno letteralmente venendo distrutte”, perché “con questo tipo di prodotti non si può competere”.

Favorire la trasparenza degli operatori

Sul versante opposto, la riforma introduce un modello semplificato di “trust and check” per gli operatori che accettano un rapporto più trasparente e continuativo con le autorità. Le imprese che supereranno una verifica approfondita e concederanno accesso ai propri sistemi elettronici potranno beneficiare di meno controlli, minori formalità e maggiore flessibilità sul pagamento di dazi e tasse.

La Commissione presenta questo schema come una nuova partnership con le imprese: meno oneri per le filiere trasparenti e più capacità di intervento sui soggetti fraudolenti. Resta comunque in vigore anche l’attuale status di Operatore Economico Autorizzato, così da non escludere gli operatori di minori dimensioni.

Secondo Gotink, lo status di “trust and check” “fissa un’asticella molto alta”: “significa che i conti della tua impresa sono sostanzialmente integrati nell’autorità doganale nazionale, quindi quest’ultima ha accesso in tempo reale ai tuoi sistemi di dati”. Inoltre “servono tre anni di solidità finanziaria e due anni senza una sola infrazione doganale”.

Il relatore ha anche insistito sul rischio che un sistema di questo tipo possa trasformarsi in una scorciatoia se lasciato troppo alla discrezionalità delle autorità nazionali. Per questo, ha spiegato, il Parlamento ha voluto rafforzare i meccanismi di salvaguardia. “Era un punto molto importante per il Parlamento evitare di creare una falla enorme o una porta sul retro verso il mercato”, ha ammesso l’eurodeputato, in particolare nel caso in cui “le autorità nazionali abbiano preferenze su a chi concedere lo status di trust and check e a chi no”.

Il data hub europeo

La parte forse più strutturale della riforma riguarda però l’architettura digitale e istituzionale. Il testo prevede la creazione di un nuovo hub europeo dei dati doganali, destinato a raccogliere, collegare e conservare tutte le informazioni rilevanti sulle operazioni doganali.

Secondo la logica del “submit once-only”, gli operatori economici potranno fornire una sola volta i dati stabili relativi a una determinata catena di approvvigionamento, evitando duplicazioni e alleggerendo il carico amministrativo.

L’hub sarà disponibile inizialmente per l’e-commerce e poi esteso al resto delle imprese, fino a diventare il punto di ingresso obbligatorio per tutti gli operatori entro il 2034.

“Quello che questo data hub vi darà, e che darà in realtà a ogni singola autorità doganale in Europa, è uno strumento per usare la capacità di controllo che hanno, che è limitata, in modo molto più preciso, per colpire un determinato flusso di merci, oppure un determinato operatore economico, oppure un determinato prodotto”, ha precisato l’eurodeputato olandese.

L’ambizione è superare l’attuale sistema sistema oggi disperso in oltre cento piattaforme nazionali differenti e passare da una logica dichiarativa, frammentata e basata sulla singola operazione, a una logica data-driven e di supervisione di filiera.

Per Bruxelles questo dovrebbe permettere controlli più intelligenti, analisi del rischio più precoci e mirate, istruzioni di stop già prima che le merci vengano caricate verso l’Europa, e una migliore capacità di individuare pratiche come il cosiddetto border shopping, cioè la ricerca deliberata del punto d’ingresso più debole lungo la frontiera esterna dell’Unione.

Su questo punto Gotink ha chiarito che i funzionari potranno usare i dati per indirizzare meglio le loro ricerche. “L’obiettivo non è controllare ogni singolo pacco che entra in Europa”, perché altrimenti “credo che almeno metà dei Paesi Bassi dovrebbe lavorare per l’autorità doganale per controllare ogni singolo pacco che entra nel Paese”, ha precisato.

Lo stesso relatore ha poi insistito sul fatto che il data hub non è solo una banca dati, ma anche una leva per rendere più sofisticato il controllo. “Si potrà creare una grande massa di immagini dei sistemi di scansione informatica che, di fatto, riconoscono anomalie nei prodotti”. In futuro, come auspicato dal relatore del Parlamento UE, una grande parte di questo lavoro sarà svolta da modelli di intelligenza artificiale” e che “un buon modo per addestrare questi modelli è avere molti dati, che è esattamente ciò che si avrà in un luogo come il data hub”.

Chi gestirà la nuova infrastruttura

A gestire questa infrastruttura sarà la nuova Autorità doganale dell’Unione europea, EUCA, che avrà sede a Lille, in Francia. La città francese, situata a pochi chilometri dal confine con il Belgio è stata preferita a Roma come sede con 36 voti contro 18 dopo ben quattro turni di ballottaggio. Oltre a Lille e Roma, per ospitare l’EUCA si erano candidate anche Liegi, Zagabria, L’Aia, Varsavia, Porto, Bucarest e Malaga.

L’Autorità avrà un organico di circa 250 dipendenti e dovrà centralizzare dati e analisi, coordinare la gestione del rischio a livello europeo, sostenere finanziariamente e tecnicamente le autorità nazionali e contribuire alla formazione e alla condivisione di competenze.