Campobasso – Non era cibo avariato, era veleno. E qualcuno lo aveva messo lì apposta. La morte di Sara Di Vita, liceale di 15 anni, e di sua madre Antonella Di Jelsi, ragioniera di 50, avvenuta a pochi giorni dopo Natale all’ospedale Cardarelli di Campobasso, cessa di essere (solo) una tragica negligenza medica e si trasforma in qualcosa di più oscuro: un duplice omicidio premeditato, orchestrato con una sostanza che la storia conosce come il ‘veleno delle spie’: la ricina. Estratta dai semi della pianta di ricino, è invisibile, inodore, letale in dosi microscopiche, capace di uccidere senza lasciare tracce evidenti, almeno finché non si cercano quelle giuste.

La prima ipotesi: una tossinfezione alimentare
Per giorni, Pietracatella, poco più di mille anime incastonate nel Molise profondo, aveva vissuto nella narrazione rassicurante, per quanto dolorosa, di una tossinfezione alimentare. I sintomi di Antonella e Sara sembravano compatibili: nausea, vomito, diarrea, difficoltà respiratorie. Eppure, qualcosa stonava, come una nota fuori posto in una partitura altrimenti coerente. Il deterioramento era stato fulmineo, le due donne erano morte a poche ore di distanza l’una dall’altra. E soprattutto, dettaglio che non smetteva di sollecitare attenzione, non tutti i componenti della famiglia avevano accusato gli stessi sintomi.
Le analisi di laboratorio a Pavia, in Svizzera e negli Stati Uniti: ricina nel sangue delle vittime
La svolta è arrivata dai laboratori. I test tossicologici eseguiti a Pavia, poi confermati da strutture specializzate in Svizzera e negli Stati Uniti, hanno restituito un risultato inequivocabile: ricina nel sangue delle vittime. Un referto che ha fatto saltare l’intera architettura investigativa costruita nelle prime settimane, spazzando via l’ipotesi accidentale e aprendo uno scenario da cui non è più possibile tornare indietro. La Procura ha aperto un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento, contro ignoti.

Cos’è la ricina, come si estrae e perché porta gli investigatori sulla pista del duplice omicidio premeditato
La direzione dell’indagine è chiara. La ricina non è una sostanza che si trova per caso. Non è un errore domestico, non è la conseguenza di una dispensa mal tenuta. Per estrarla dai semi del ricino e concentrarla in dosi letali occorrono conoscenze, strumenti, intenzione delittuosa. È questo che la distingue dagli altri veleni e che la rende, agli occhi degli investigatori, una firma di premeditazione.
Il precedente nel 1978: il delitto del dissidente bulgaro Georgi Markov
Il suo nome è entrato nella storia il 7 settembre 1978, sul Waterloo Bridge di Londra. Il dissidente bulgaro Georgi Markov stava aspettando l’autobus quando sentì una puntura alla gamba inferta da un uomo con un ombrello. Tre giorni dopo era morto. Da allora, il nome di quella sostanza è diventato sinonimo di omicidio pianificato, eseguito con precisione chirurgica da chi sa esattamente cosa sta facendo.
Antonella e Sara più volte al pronto soccorso del Cardarelli tra il 24 e il 26 dicembre 2025
Il quadro che emerge dalla ricostruzione delle ultime ore trascorse nella casa di famiglia è tanto preciso quanto inquietante. Tra il 24 e il 26 dicembre, Antonella e Sara si erano rivolte più volte al pronto soccorso del Cardarelli. Inizialmente dimesse, circostanza che ha portato all’iscrizione di cinque medici per presunte negligenze nella gestione dei primi accessi, erano state poi ricoverate quando le condizioni erano ormai disperate.

Il padre sopravvissuto e l’altra figlia
L’autopsia del 31 dicembre non aveva fornito risposte. Solo le successive analisi chimiche hanno tolto il velo. Ma la domanda più urgente che l’inchiesta si pone ora non riguarda le vittime. Riguarda i sopravvissuti. Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella, marito di Antonella e padre di Sara, era stato ricoverato nello stesso periodo allo Spallanzani di Roma. Ce l’ha fatta. La figlia maggiore Alice, 19 anni, era assente alla cena di famiglia: non ha mai manifestato alcun sintomo. Due persone a tavola muoiono. Una terza si salva. Una quarta non era presente.