In un panorama televisivo italiano che ha progressivamente abbandonato la comicità come genere autonomo di prima serata – basti pensare al progressivo pensionamento di format che furono di enorme successo come Zelig e Colorado e ai tentativi purtroppo non premiati dal grande pubblico di Only Fun sul Nove – il GialappaShow resiste.
Non solo resiste: funziona, fa ascolti, genera discussione e hype sui social. È diventato nel tempo qualcosa di più di un semplice programma comico — è l’unico programma comico, nel senso pieno del termine, ancora in circolazione su una rete generalista. E questa solitudine, paradossalmente, ne ha rafforzato il peso specifico.
Dietro GialappaShow
La Gialappa’s Band — Marco Santin e Giorgio Gherarducci — ha attraversato decenni di televisione italiana senza mai smettere di commentarla paradossalmente facendosi vedere il meno possibile. Da Mai dire Gol a Mai dire TV, dalla lunga stagione di Mediaset al ritorno in prima serata su TV8 con il GialappaShow. Il filo conduttore è sempre lo stesso, uno sguardo laterale e disincantato sulla realtà, capace di far ridere senza urlare e di essere caustico senza diventare volgare. In un’epoca in cui la comicità televisiva italiana si è quasi estinta come categoria, questa continuità ha un valore preciso.

Gli elementi di novità: un format che sa aggiornarsi
Il GialappaShow ha costruito negli anni un modello preciso: la Gialappa’s in voce fuori campo, un cast di comici che ruota di stagione in stagione, ospiti fissi e sorprese, il commento in sovrimpressione sulla realtà televisiva e non solo. È una struttura collaudata, ma non immobile — ogni stagione porta aggiustamenti, nuovi ingressi, tentativi di allargare il perimetro del programma senza snaturarne l’identità.
Le novità della stagione in corso riguardano sia il cast comico che la struttura degli sketch. Il programma ha continuato a puntare su volti che il grande pubblico conosce solo in parte — comici del circuito teatrale, della stand-up, del web — dandogli una vetrina che la televisione generalista difficilmente concede altrove. È uno dei pochi luoghi in cui un comico emergente può ancora trovare un pubblico di massa senza passare per i talent show.
Sul fronte dei contenuti, il GialappaShow ha affinato la capacità di commentare la televisione dall’interno, usando il mezzo per riflettere su se stesso. I siparietti sui reality, le parodie dei talk politici, il commento sulle dinamiche del Grande Fratello: tutto viene filtrato attraverso quella voce inconfondibile che non giudica mai troppo severamente, ma non risparmia niente e nessuno.
Perché GialappaShow è rimasto solo
La domanda più interessante non è cosa fa il GialappaShow, ma perché non esistono alternative. La risposta è complessa e dice molto sulla televisione italiana degli ultimi vent’anni. La comicità pura — quella che non ha bisogno di un pretesto competitivo, di un talent, di una gara — è progressivamente sparita dai palinsesti delle grandi reti. Troppo rischiosa, troppo dipendente dal talento dei singoli, troppo difficile da costruire attorno a una logica di produzione seriale. Il tutto in un palinsesto che richiede tempi dilatati e che si apre sempre più tardi.
RAI e Mediaset hanno scelto strade diverse: i varietà ibridi, i programmi con ospiti e musica, i reality con elementi comici incorporati. Persino le serie turche: economiche e appealing per un pubblico femminile e âgée.
Il risultato è che il GialappaShow occupa uno spazio che nessun altro ha il coraggio — o la capacità — di riempire. E lo fa con una formula artigianale, quasi controcorrente, che ha sopravvissuto a cambi di rete, di formato e di epoca televisiva.

Il cast: da Pantani a Vernia e donne che fanno paura
Il segreto del GialappaShow è anche nella qualità del cast che ruota attorno alla Gialappa’s. Ubaldo Pantani resta una delle colonne portanti: nella settima stagione torna nei panni di Pier Silvio Berlusconi e del suo Gineprio, personaggio ormai diventato iconico, al punto da avere uno spin-off dedicato. Giovanni Vernia conferma la propria versatilità con sketch che spaziano tra imitazioni e personaggi originali, sempre calibrati sul ritmo serrato che il programma impone. Cremonini e Achille Lauro ci saranno. Ma da quest’anno c’è anche Spasmo, spassoso trapper alle prese con dolori emotivi, ma soprattutto fisici…
Ma la vera novità di questa stagione è la componente femminile, più forte e riuscita che mai. Giulia Vecchio si è imposta come una delle rivelazioni più convincenti degli ultimi anni: oltre alla parodia di Milly Carlucci e di Elettra Lamborghini, è sua la creazione più discussa della stagione, quella di Monica Setta — ribattezzata “Robba de donne” — che ha generato un caso a sé.
La conduttrice di Storie di donne al bivio prima si è congratulata, poi ha fatto scrivere dai propri legali a TV8 per tutelare il marchio del programma dalla deriva social, lamentando una rappresentazione che definisce difforme dalla realtà. Il paradosso perfetto: la parodia più riuscita è quella che fa più rumore, e il rumore è benzina per il programma. Nella settima stagione Giulia Vecchio ha confermato Monica Setta – “è una parodia, non una imitazione e comunque non si cambia una virgola” hanno detto i Gialappi – ampliando ulteriormente il repertorio con una Iva Zanicchi disinibita e una Ema Stokholma sorpresa dalle esternazioni di un finto Gino Castaldo.
Bravissima anche Valentina Barbieri che porta in scena una nuova Sabrina Ferilli alle prese con improbabili retroscena di set, mentre Michela Giraud torna con A’ Vicepreside, serie ambientata in una scuola serale fuori controllo. Un cast che cresce stagione dopo stagione, senza mai smettere di sorprendere.
Il segreto: non prendersi mai troppo sul serio
C’è un elemento che spiega meglio di ogni altro la longevità del progetto Gialappa’s: il rifiuto sistematico di diventare un’istituzione nel senso pesante del termine. Il GialappaShow non si comporta da monumento con toni autoreferenziali, non celebra se stesso, non costruisce un culto della propria storia. Commenta, ride, molto spesso anche di se stesso. È la stessa leggerezza che aveva caratterizzato Mai dire Gol trent’anni fa, e che oggi — in un contesto televisivo molto più autoreferenziale e solenne — suona quasi rivoluzionaria.
In un sistema che tende a prendere tutto tanto, troppo, sul serio, inclusa la comicità, la Gialappa’s Band ha capito da tempo che il modo migliore per durare è continuare a fare esattamente quello che si è sempre fatto. Con qualche novità ogni stagione, per non annoiarsi. Ma senza mai perdere il filo.