C’è un momento, nei libri più sinceri, in cui senti che qualcuno sta parlando direttamente a una ferita che non sapevi di avere. Non al lettore ideale, non a un pubblico: a te. È da lì che parte l’incontro con Nicola Pesce, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, e da lì nasce anche Camminando tra i fiori scalzi (Mondadori), romanzo che non racconta solo una storia, ma prova, ostinatamente, a rispondere a una domanda: quali sono le parole giuste per crescere un essere umano?
Pesce non gira intorno al punto. La genesi del libro è quasi brutale nella sua semplicità: “Da piccolo — racconta — gli adulti non mi hanno mai detto le frasi giuste per farmi sentire sereno al mondo”. È una confessione che diventa subito progetto narrativo. Immaginare un nonno e un bambino, una Provenza sospesa, una casa sporca di bottiglie e un uomo che decide, all’improvviso, di educare “con l’esempio”: smettere di bere, leggere, esserci. Non perfetto, mai perfetto. Ma presente.
Il cuore del romanzo è tutto qui: nel tentativo fallibile di dire qualcosa che resti. E infatti il nonno è una figura ambigua, quasi contraddittoria. Guida e ferita insieme, capace di promettere al nipote che “ogni giorno sarà più bello del precedente” e, allo stesso tempo, di diventare duro, distante, perfino respingente. È in questa frattura che il libro trova la sua verità più potente: non esistono parole giuste, esiste il tempo che scegli di dedicare.
E il tempo, nell’intervista, diventa ossessione. “Non si può fare un figlio con distrazione”, dice Pesce. In un mondo che delega l’educazione all’esterno, lui rivendica un gesto semplice e radicale: stare. Anche quando è noioso, anche quando è difficile, anche quando non si sa cosa dire. Perché è proprio lì, in quell’imperfezione, che si trasmettono i valori.
Non è un caso che nel romanzo la natura abbia un ruolo centrale. Il bosco, il vento, gli animali: tutto parla, ma senza parole. “La natura è un maestro silenzioso”, spiega. E forse è proprio questo il punto: mentre gli esseri umani cercano frasi definitive, la vita accade altrove, nelle cose minime, gratuite, irripetibili. Un campanellino, una passeggiata, un odore nel vento.

Poi c’è la fuga. L’adolescenza che rompe, che tradisce, che ruba — letteralmente — per potersi cercare. Pesce racconta di essersi ispirato a Giacomo Leopardi e al padre Monaldo, in un gioco di specchi tra generazioni che si ripetono, si feriscono e non sempre si perdonano. È qui che il romanzo si fa adulto: nella consapevolezza che crescere significa anche tradire l’amore ricevuto.
Eppure, dentro questa frattura, resta una misura. “Il bene si calcola in base a ciò a cui tu rinunci per esso”, dice Pesce, citando una frase del padre. Non come verità assoluta, ma come tentativo. Perché, ammette, ogni parola è parziale, ogni definizione è una scelta tra mille possibili verità.
Alla fine, quello che resta è un’immagine. Una baita, la neve fuori, il fuoco acceso, due persone che si amano e non hanno bisogno di altro. È da lì che il libro è nato, ed è lì che forse torna. In un luogo piccolo, “ma tutto tuo”, dove la felicità non si compra e il tempo smette di essere una misura per diventare presenza.
Camminando tra i fiori scalzi suggerisce, con una delicatezza rara, che il punto non è dire le parole giuste. È restare abbastanza a lungo perché, un giorno, quelle parole, anche sbagliate, possano essere capite.