Canzonissima 2026: il ritorno del varietà in prima serata tra nostalgia e necessità. Un’analisi

Canzonissima è tornata. Non era scontato, non era urgente, non lo chiedeva nessuno a voce alta.

Eppure il 21 marzo 2026, dopo cinquantuno anni dall’ultima edizione ufficiale dello storico format anni ’70, Rai 1 ha riaperto i battenti del varietà musicale più iconico della televisione italiana, affidandone la conduzione a Milly Carlucci e costruendo attorno al titolo storico un programma nuovo, diverso, dichiaratamente lontano dalla logica competitiva che in fondo era la vera mission della trasmissione originale.

Canzonissima, il verdetto del pubblico

Il debutto è stato solido ma probabilmente non quello che a Rai 1 si sarebbero aspettati: 2.550.000 spettatori, il 22,5% di share. Un risultato che ha riaperto il dibattito su qualcosa che sembrava definitivamente archiviato — il varietà musicale nel senso più classico e tradizionale del termine nella prima serata del sabato nazional-popolare.

La questione vera, però, non è se Canzonissima funziona. Quanto piuttosto perché la Rai abbia sentito il bisogno di recuperarlo, e cosa ci dice questo ritorno sulla televisione pubblica del 2026.

Il format, il cast e l’orchestra

La tredicesima edizione di Canzonissima si differenzia dalle precedenti in modo sostanziale. Non c’è una gara tra canzoni inedite, ma tra superclassiche del repertorio italiano, a volte mischiate in modo un po’ frettoloso e non del tutto analitico, scelte ogni settimana con il pretesto di un tema generale. Anche questo meccanismo un po’ forzato.

Gli argomenti sono – per esempio – la dedica, il primo successo, la canzone della vita. Il meccanismo di voto combina la giuria in studio, il giudizio dei cantanti stessi e il pubblico sui social, generando una classifica delle esibizioni più che degli artisti o della canzone stessa. Un’idea interessante, che alleggerisce la componente competitiva e sposta il baricentro dello show sul repertorio e anche sulla personalità di chi interpreta.

Il cast è intergenerazionale nel senso più letterale del termine: da Fausto Leali a Elettra Lamborghini, da Riccardo Cocciante a Malika Ayane, da Elio e le Storie Tese a Michele Bravi. Tutti accomunati dalla centralità del brano e non dell’interprete.

L’orchestra Rai da venticinque elementi diretta dal maestro Luigi Saccà è forse l’elemento più significativo: in un’epoca in cui la musica televisiva si fa in playback o con basi preregistrate e il dannato autotune come strumento di espressione, sentire un’orchestra dal vivo ha un impatto quasi fisico. In televisione la cosa è evidente e si sente.

Canzonissima il tavolo
Il tavolo degli opinionisti di Canzonissima 2026 – Credits RAI (YVBlog.it)

I Magnifici Sette sono davvero magnifici?

La giuria, ribattezzata in modo un po’ magniloquente dalla Carlucci “I magnifici 7” – comprende Pierluigi Pardo, Caterina Balivo, Claudio Cecchetto, Simona Izzo, Riccardo Rossi, Francesca Fialdini e Giacomo Maiolini.

Un mix di mondi — sport, televisione, musica, cinema — che riflette l’ambizione generalista del programma. Non esperti di musica a tutto tondo, quanto piuttosto fruitori e in qualche caso promotori. Gli unici veri esperti del settore sono Cecchetto e Maiolini – un mostro assoluto nel settore, milioni e milioni di dischi venduti ma di brani dance come autore e produttore. Gli altri ‘magnifici’ sono volti conosciuti, autorevoli, ma stanno alla musica come chiunque altro.

Il problema di Canzonissima si chiama Amici

La verità è che il sabato sera ha un padrone, e si chiama Maria De Filippi. I dati della seconda puntata di Canzonissima, il 28 marzo, lo hanno detto senza mezzi termini: il Serale di Amici 25 su Canale 5 ha raccolto 3.361.000 spettatori con il 24,1% di share, mentre Canzonissima si è fermata a 2.135.000 spettatori con il 19,4%. Quasi cinque punti di distacco, e un calo di tre punti rispetto al debutto. Non un disastro, ma un segnale che il programma sta perdendo terreno nella sfida diretta. Cinque punti di distacco per la Rai sarebbero tanti in una serata qualsiasi: figuriamoci il sabato sera con un programma storico e iperpromosso come Canzonissima.

La comparazione però racconta solo una parte della storia. Amici è un format costruito per generare coinvolgimento durante tutta la settimana — anticipazioni, polemiche, ballottaggi, social, le strisce quotidiane registrate nella ‘casetta’, gli approfondimenti — per poi incassare il risultato il sabato sera. Canzonissima lavora su un pubblico diverso, meno giovane, meno connesso, e punta sulla qualità dell’ascolto più che sulla quantità del rumore di fondo e delle connessioni. Sono logiche opposte, e confrontarle su base di share è legittimo ma parziale.

Restano quattro puntate e la finale prevista per il 25 aprile. Il trend di Amici prevale, gli ascolti sono in flessione, e questo è un dato che la Rai dovrà considerare.

Canzonissima Fabrizio Moro
Fabrizio Moro, vincitore della prima puntata di Canzonissima 2026 con Il mio canto libero – Credits RAI (YVBlog.it)

La nostalgia come strategia

La domanda più interessante non riguarda però gli ascolti ma le intenzioni. Perché proprio Canzonissima, perché adesso? La risposta più onesta è che la televisione pubblica italiana si trova in una fase di identità incerta, stretta tra la concorrenza dei talent di Mediaset, l’espansione delle piattaforme streaming e la necessità di costruire un’offerta riconoscibile. In questo contesto, recuperare un marchio storico non è un gesto nostalgico — è una mossa di posizionamento.

Canzonissima serve alla Rai per dire una cosa precisa: esiste un modo di fare televisione che non passa né dai format internazionali in licenza né dalle logiche della popolarità social. Esiste uno spazio per la canzone italiana, per l’orchestra, per la qualità musicale in prima serata. Se quel pubblico esiste ancora e in che misura, è esattamente quello che questa edizione sta misurando.

L’esperimento è coraggioso. L’esecuzione è curata. Il risultato è ancora aperto. Ma l’impressione è che, al di là degli ascolti, Canzonissima stia ponendo una domanda più grande: la televisione pubblica ha ancora il coraggio di essere una televisione davvero di servizio pubblico?