Medio Oriente in fiamme, l’economista: “La crisi ormai è estesa. Si rischia il lockdown”

Roma, 5 aprile 2026 –  ​​​​​​Lorenzo Codogno, economista, visiting professor della London School of Economics e fondatore di LC Macro advisors, non nasconde le sue preoccupazioni: “La situazione è ancora molto fluida ma, al di là delle notizie che si rincorrono quotidianamente, la mia impressione è che ormai siamo andati oltre il punto di non ritorno in termini di effetti economici. Anche se domani ci fosse un cessate il fuoco, a mio avviso le ostilità rimarrebbero aperte e, con esse, le tensioni economiche. Non siamo più in presenza di una crisi breve e limitata ma prolungata ed estesa, che potrebbe avere conseguenze pesanti”.

Quali?

“Prima di tutto rimette in moto l’inflazione e, a questo punto, la Banca centrale non avrà altra scelta che aumentare i tassi. È ovvio, poi, che i maggiori costi per l’energia comprimeranno il potere d’acquisto delle famiglie e la capacità di investimento delle imprese, riducendo la crescita economica”.

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Pressphoto Firenze Caro benzina code per il rifornimento Viale Nenni il più basso Foto Gianluca Moggi/ NewPressPhoto

Quanto durerà la crisi?

“È difficile dirlo in questo momento. Tutto dipenderà non solo dalla durata e dall’intensità del conflitto ma anche dalla disponibilità di energia. Se dovessimo arrivare a un razionamento, questo avrebbe conseguenze molto più gravi, perché vorrebbe dire chiudere gli impianti produttivi e ridurre la produzione”.

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Un altro lockdown come durante il Covid?

“Sì. Come è accaduto sia con l’epidemia sia con la guerra in Ucraina, siamo in presenza di uno shock di offerta che si traduce quasi immediatamente in uno shock di domanda, perché le imprese investono di meno e frenano i consumi delle famiglie. Inoltre, nel 2022 il problema era più che altro europeo e legato al gas. Adesso è molto più esteso, riguarda il petrolio ed altre materie prime, e tocca anche altri Paesi, come la Cina. Il rischio è di entrare in uno scenario come gli anni Settanta, con un razionamento dell’energia”.

Giorgetti e i ministri di altri 4 Paesi europei propongono di tassare gli extraprofitti delle compagnie. È la ricetta giusta?

“Non sono d’accordo. Il vero problema di Paesi come l’Italia resta quello di effettuare grandi investimenti per accelerare sulla strada della transizione energetica, che di fatto vuol dire rinnovabili e nucleare. Se aumenta la tassazione, le imprese avranno meno risorse e meno interesse a fare investimenti”.

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Che cosa bisognerebbe fare?

“Sulle rinnovabili, a mio avviso, si può fare molto, cominciando a semplificare i processi autorizzativi. Inoltre, occorrerebbe dare una spinta a tutte le iniziative di diversificazione energetica e a una vera riforma del mercato elettrico. Non servono più tasse ma interventi strutturali e di lungo periodo”.

Però, per alleggerire l’impatto delle bollette, servono risorse. Dove si possono trovare?

“Prima di tutto bisognerebbe puntare a interventi molto mirati. La riduzione delle accise non è in linea con questa strategia. Inoltre, a livello europeo, già esistono le norme che consentono una maggiore flessibilità della finanza pubblica”.

Non serve la sospensione del Patto di stabilità?

“Penso di no. Ricordo che l’Italia ha presentato un piano settennale all’interno del quale può peggiorare i suoi conti pubblici a patto di recuperare negli anni successivi. Il problema della sospensione del Patto non esiste più”.