L’Aquila e il terremoto, la cultura non basta. “Parlare di rinascita è assurdo”

L’Aquila, 6 aprile 2026 – Duole troppo, ancora. Non c’è nulla da fare. Il punto è che “dopo 17 anni è assurdo parlare di rinascita”. E non c’è Capitale italiana della cultura che tenga, se il passato coincide con un terremoto che ha segnato “un prima e un dopo”, mai davvero risolto per l’Abruzzo. Donatella Di Pietrantonio lo dice quasi ruvidamente, da abruzzese che non le manda a dire più che da raffinata scrittrice qual è, vincitrice di premi come lo Strega e il Campiello. Interrompe la passeggiata di Pasquetta e accetta di riflettere sull’anniversario del sisma del 6 aprile 2009 che fece 309 vittime e che, quest’anno, va a intrecciarsi al riconoscimento de L’Aquila città della cultura 2026. Con annessi e connessi di politici in passerella laddove fu il disastro.

Donatella Di Pietrantonio, che cosa prova?

“Quel momento, le 3 e 32 del 6 aprile di 17 anni fa, è stato uno spartiacque nella storia de L’Aquila e di tutto il nostro territorio. Da quell’istante ci sono stati un prima e un dopo. Il “dopo” ha significato che nulla sarebbe mai più stato come prima”.

Rome Film Festival 2021
Italian writer Donatella Di Pietrantonio arrives for the screening of ‘L’arminuta’ at the 16th annual Rome International Film Festival, in Rome, Italy, 15 October 2021. The film festival runs from 14 to 24 October. ANSA/ETTORE FERRARI

E che effetto le fa sentire parlare di rinascita?

“Dopo tanto tempo dà fastidio la retorica che accompagna l’uso di questa parola, “rinascita“, e non possiamo più sopportare le passerelle, gli interventi spot”.

Di passerelle ne stiamo vedendo oggi, in occasione della capitale della cultura, ma resteranno indelebili quelle di Silvio Berlusconi, lungo le vie martoriate, tra le casette container, a Onna con l’Anpi…

“Quando il dolore era così acuto, ha provocato fastidio il fatto che la nostra catastrofe fosse oggetto di strumentalizzazioni”.

Qual è la principale promessa tradita, secondo lei?

“Negli anni la ricostruzione è stata a varie velocità, qualcosa ce lo siamo persi per strada. Certo, se andiamo a L’Aquila, per di più quest’anno nel quale è Capitale italiana della cultura, vediamo una città molto bella”.

Alt: dunque L’Aquila un po’ risorta lo è?

“Sì, ma le criticità restano, ci sono palazzi meravigliosi che però restano vuoti. Se dobbiamo parlare di promessa tradita, forse, la principale è stata quella di riportare gli aquilani a L’Aquila, molti se ne sono andati per sempre. Evidentemente non abbiamo saputo creare le condizioni giuste al momento giusto”.

PAVIMENTAZIONE

Ripensando ad alcuni suoi libri, al “L’Arminuta“ e a “Borgo Sud“, il legame con la propria terra è sempre stato dolorosamente intrecciato alla fuga.

“Nei comuni più lontani dal capoluogo, abbiamo perso dei pezzi. E questa perdita si inscrive nel tema più ampio dell’abbandono delle aree interne e dello spopolamento. Nell’estate del 2025 abbiamo visto, scritto nero su bianco, come nel piano nazionale delle aree interne, alcune zone non fossero più considerate recuperabili e abbiamo appreso che lo Stato non avrebbe fatto altro che accompagnarle dolcemente alla morte. Si tratta di una eutanasia geografica, antropologica”.

Forse Capitale della cultura è un risarcimento, certo alquanto lontano nel tempo nel caso abruzzese. Lo stesso riconoscimento fu assegnato anche a Bergamo e Brescia, dopo il Covid, ricorda?

“Ben venga se questo porta investimenti e visibilità. Ma occorre una programmazione sistemica, non solo riguardo alla cultura. Il concentrare risorse ed energie sulle città porta all’incuria dei territori a monte. Mi riferisco anche al dissesto idrogeologico. Mentre le parlo sto passeggiando in riva al fiume Tavo, che scorre vicino a casa mia, a Penne, a metà strada tra il mare e la montagna. Sto vedendo con i miei occhi i danni dell’ultima alluvione”.

Ma in Italia non si investe sulla prevenzione.

“No. E chi si spende per il “paesetto” viene considerato un ingenuo”.

Conosce persone che vivono ancora in case provvisorie?

“Sì, il problema è che le cosiddette new town berlusconiane hanno rappresentato un enorme investimento sulla provvisorietà. Uno sforzo che, a noi stessi abruzzesi, è sembrato eccessivo. Avremmo preferito sopportare disagi maggiori sul momento in cambio di interventi a lungo termine. Invece c’è stata una esibizione muscolare nella fase emergenziale per ritrovarci, a distanza di 17 anni, con zone degradate oppure spopolate”.