Pippo Baudo è morto il 16 agosto 2025. Aveva ottantanove anni, tredici edizioni del Festival di Sanremo alle spalle, una carriera che ha attraversato sei decenni di televisione italiana e una lista di talenti scoperti che comprende Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Giorgia, Laura Pausini, Lorella Cuccarini, Heather Parisi. Era, nel senso più proprio del termine, un’istituzione. La sua scomparsa ha occupato i media per giorni e ha generato una serie di omaggi — lo speciale TG1 di febbraio 2026, la cerimonia a Sanremo durante il Festival, la mostra fotografica al Forte Santa Tecla.
Ora arriva il docufilm. La Rai ha annunciato che il 7 giugno 2026 — in occasione di quello che sarebbe stato il novantesimo compleanno di Baudo — andrà in onda in prima serata su Rai 1 un film che ne ripercorre la carriera e l’impatto culturale. La guida narrativa è affidata a Rosario Fiorello. La scelta è tutt’altro che casuale.
Perché Fiorello omaggia Pippo Baudo
Il rapporto tra Fiorello e Baudo è uno di quelli che definiscono un percorso professionale. Nel 1985, il giovane Fiorello si presentò a un’audizione con Baudo e venne scartato. Baudo però lo scartò nel modo in cui si scartano le persone che si riconosce abbiano qualità fuori dal comune: spiegandogli che lui non aveva bisogno di artisti da tre minuti, lui aveva bisogno di qualcuno che conducesse un programma, e che quel qualcuno c’era già — lui stesso. “Ma sei bravo, quindi sicuramente ci rivedremo più avanti”, disse Baudo. Una profezia che si è avverata ampiamente.
Fiorello ha raccontato questa storia più volte, sempre con affetto e con quella vena autoironica che lo caratterizza. Ha ricordato anche le telefonate, gli scherzi in siciliano, la frase che Baudo ripeteva: “Non dobbiamo mai dimenticare le nostre radici.” È il tipo di rapporto che non si inventa per fare televisione: esiste già, e la telecamera lo può solo registrare. Affidare a Fiorello il docufilm su Baudo significa partire da una verità relazionale, non da un casting.

Il problema del timing
Fin qui tutto ha senso. Il problema è un altro, ed è difficile ignorarlo: la Rai sta costruendo un omaggio a Pippo Baudo quasi un anno dopo la sua morte, programmandolo per l’estate — la fascia di palinsesto tradizionalmente meno seguita e più debole — e posizionandolo tra le partite dei Mondiali di calcio (purtroppo senza l’Italia) e una serie di eventi che competono per l’attenzione del pubblico estivo.
Le regole del lutto in TV
Il lutto televisivo ha le sue regole non scritte. Il pubblico che amava davvero Baudo — quello che lo seguiva da decenni, che lo ricorda a Sanremo, che lo ha visto scoprire i talenti che poi sono diventati i suoi artisti preferiti — è un pubblico che nella fase acuta del dolore, nell’estate del 2025, avrebbe forse risposto in modo più intenso. Adesso, a quasi un anno di distanza, con il ciclo mediatico già abbondantemente chiuso, il rischio è che il docufilm arrivi come un atto dovuto più che come un evento sentito.
Non è una critica alla qualità del progetto, che non è ancora stata valutabile. È una questione di tempistica editoriale. La Rai ha già realizzato lo speciale TG1 a febbraio, ha tributato l’omaggio a Sanremo, ha inaugurato la mostra fotografica. Il docufilm estivo sembra quasi il capitolo che mancava in un piano editoriale che avrebbe funzionato meglio se fosse stato pianificato con più anticipo e posizionato in autunno, quando il pubblico di Baudo era ancora in piena elaborazione.
Cosa ci si aspetta
Il 7 giugno, in compenso, è una data simbolicamente forte: il giorno del novantesimo compleanno che Pippo Baudo non ha fatto in tempo a raggiungere. È un gancio narrativo preciso, e Fiorello sa come usarlo. Se il docufilm riesce a essere un racconto personale più che una celebrazione istituzionale — e il tipo di rapporto tra i due lascia pensare che ci sia il materiale per farlo — potrebbe sorprendere.
La televisione pubblica italiana ha un rapporto complicato con la sua stessa storia e in qualche caso con i suoi miti, soprattutto quando sono da celebrare. Tende a farlo o troppo in fretta o troppo tardi, raramente nel momento giusto. Il docufilm su Baudo è probabilmente in questa seconda fascia. Ma un omaggio fatto bene, anche in ritardo, è meglio di nessun omaggio. E con Fiorello come voce narrante, se non altro la fonte e il tono del contenuto sarà sicuramente quello giusto.