Roma, 8 aprile 2026 – C’è chi evoca l’austerity del ’73 e chi parla di “lockdown energetico”, con riferimento alla pandemia, ma l’espressione più giusta oggi, come spiegano fonti vicine al delicato dossier, è quella di Piano di contenimento progressivo dei consumi. Oggi l’Italia non è ancora in una situazione di emergenza conclamata: gli stoccaggi di gas sono indicati intorno al 44%, molto sopra la media europea di inizio primavera, e fino a metà marzo a Bruxelles non venivano segnalati rischi immediati per la sicurezza delle forniture. Ma il protrarsi delle tensioni su Hormuz ha cambiato il quadro: il problema non è solo il prezzo, è la possibilità che da maggio il nodo riguardi anche le quantità disponibili. E questo mentre anche ieri il prezzo del petrolio, in altalena continua, ha chiuso sopra i 110 dollari al barile, con le Borse di nuovo in rosso in Usa e in Europa.
Allarme carburante per gli aerei, timori per i voli estivi
Un piano in tre step
La base tecnica è il Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale aggiornato nel 2023, sul quale il Mase sta lavorando per adattare le misure allo scenario attuale. Il meccanismo prevede tre gradini: preallarme, allarme, emergenza. Nel primo livello si prova a reagire con strumenti di mercato e con maggiore flessibilità degli approvvigionamenti; nel secondo si intensificano le stesse leve; nel terzo si entra nelle misure amministrate, ovvero limiti a riscaldamento e raffrescamento, uso più spinto di stoccaggi e Gnl, ricorso agli stock strategici e, se necessario, riduzione delle forniture a determinati comparti industriali.
Condizionatori più bassi, smart working, targhe alterne
La parte più concreta riguarda i consumi diffusi. È qui che il piano può diventare visibile nella vita quotidiana: condizionatori con un grado in meno di freddo o con un’ora in meno di utilizzo, smart working nella pubblica amministrazione e dove possibile nel privato, con esclusione della Dad (didattica a distanza) almeno per ora, meno trasferte di servizio, più trasporto pubblico, campagne per l’eco-guida. Se la crisi peggiorasse, il ventaglio si allargherebbe a targhe alterne, limiti di velocità più bassi e razionamento dei carburanti. Non sono misure folcloristiche: secondo l’IEA tre giorni aggiuntivi di lavoro da remoto possono ridurre dal 2% al 6% il consumo nazionale di carburante delle auto, mentre abbassare di 10 chilometri orari la velocità in autostrada può tagliare dal 5% al 10% il consumo individuale.
Città al buio e i rischi per l’industria
C’è poi il capitolo delle “città al buio”, che ha un rilevante valore simbolico ma anche un senso operativo. Ridurre l’illuminazione non essenziale di monumenti, edifici pubblici, insegne e spazi commerciali non basta da solo a risolvere uno choc energetico, ma rientra nelle classiche misure di contenimento della domanda: insieme alla riduzione degli orari di apertura e alla moderazione dei consumi negli edifici pubblici, serve a limare i picchi e a dare un segnale di disciplina collettiva prima di arrivare ai tagli più pesanti.
Il punto più delicato, però, resta l’industria. Quando il mercato non basta più, il sacrificio si sposta dai comportamenti individuali ai cicli produttivi: contratti interrompibili, passaggio a combustibili alternativi dove possibile, rimodulazione dei turni, riduzione o stop delle forniture ai settori più energivori.
Il paragone con il 1973
Il precedente del 1973 pesa nell’immaginario italiano: domeniche senza auto, illuminazione ridotta, austerity come parola d’ordine. Ma la differenza decisiva è che oggi il Paese dispone di strumenti più fini, più selettivi e più tecnici. Fonti beninformate sul dossier spiegano che il piano italiano, se dovesse scattare, non sarebbe una chiusura generale dell’economia: sarebbe una sequenza di misure graduate, dai condizionatori allo smart working, dalla mobilità urbana all’industria, pensata per evitare che uno choc energetico si trasformi in un blackout produttivo.