Generale Masiello, con due pericolosi scenari di guerra alle nostre viste, in Ucraina e Medio Oriente, come siamo messi per la nostra sicurezza strategica?
“Veniamo da un periodo caratterizzato dalle cosiddette operazioni di supporto alla pace, che richiedevano altre dottrine, altri mezzi, altri sistemi – avvisa il Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito –. Quello che è successo ci ha portato a rivedere tutto. Stiamo correndo per recuperare capacità: su alcune abbiamo già fatto passi in avanti, su altre ci sono tempi tecnici legati anche all’industria. Stiamo, nello stesso tempo, aggiornando le procedure di addestramento e di operatività. Ci vorrà ancora qualche anno, dunque, prima di essere pronti a fronteggiare una minaccia convenzionale seria”.
Certo è che il deterioramento della sicurezza internazionale ha riportato l’attenzione del mondo sul rischio di doversi confrontare con le operazioni di combattimento su larga scala: quali lezioni si possono trarre dal conflitto ucraino e da quello in Medio Oriente?
“L’Ucraina è stata, purtroppo, un banco di esperienze da cui trarre importanti indicazioni su come si sta evolvendo la guerra. Noi cerchiamo di schematizzare il conflitto in Ucraina in una sorta di contemporaneità di più tipologie di conflitto. La guerra classica, con cui abbiamo dovuto riscoprire metodi di combattimento, come le trincee o i campi minati, che pensavamo fossero ormai terribili storie superate e che invece sono diventate di stringente attualità. A questo poi si sono aggiunte le capacità convenzionali: carri armati, artiglierie, assetti che in operazioni di supporto alla pace non consideravamo e che ci hanno fatto aprire gli occhi sulla necessità di ritornare al passato. Inoltre, ci sono anche corollari da tenere presente”.

Quali?
“In primis la guerra in Ucraina ci ha insegnato che è necessario avere un elevato numero di soldati sul campo e su questo, come ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sono in corso adeguate riflessioni. Mentre l’altro corollario riguarda più complessivamente la capacità di resilienza della popolazione e anche su questo le società occidentali devono ragionare su come prepararsi ad ogni evenienza, anche alla più grave, nella speranza che non si verifichi mai. Ma dobbiamo considerare anche il secondo tipo di conflitto che si sta combattendo in Ucraina: quello del presente-futuro”.
La guerra tecnologica?
“Sì. Mi riferisco ai missili ipersonici, alla guerra cibernetica, ai droni. Ora, la tecnologia ha sempre cambiato la guerra, ma questa volta la tecnologia è davvero pervasiva e sta cambiando radicalmente il modo di combattere. Poi c’è un terzo filone che è quello della guerra cognitiva, che riguarda la disinformazione, di cui i russi sono maestri e che in Ucraina si combatte da entrambi i lati”.
Industria della Difesa ed Esercito sviluppano sempre più insieme armi e apparati militari
L’ultima accelerazione bellica nel Golfo in che cosa si caratterizza rispetto all’Ucraina?
“Innanzitutto, non ci sono ancora in campo truppe terrestri: vediamo un significativo impiego del potere aereo. Ma ciò che secondo me è peculiare di questo conflitto è che è il primo AI-driven, basato ampiamente sull’intelligenza artificiale: l’abbiamo visto già nei primi giorni in cui centinaia di obiettivi venivano selezionati e raggiunti con una velocità che non sarebbe stata possibile senza l’ausilio dell’intelligenza artificiale, entrata prepotentemente sul campo di battaglia”.
I droni e l’intelligenza artificiale sono diventati il simbolo delle guerre in corso.
“Sì, come è stato il carro armato nella Prima Guerra Mondiale o i sistemi di crittografia nella Seconda. Devo dire che già trent’anni fa ragionavamo su questi strumenti, ma non c’era mai stato un loro impiego così massiccio. Oggi assistiamo a questo continuo scontro tra droni e sistemi contro-droni in una corsa tecnologica continua, con il risultato che la vita “operativa” di un drone è di pochi mesi. Da qui le nostre riflessioni, anche con le industrie, per sviluppare sistemi modulari, che si possano adeguare e aggiornare, dal punto di vista tecnologico, velocemente in tutto o in parte. Nel frattempo, stiamo lavorando per abilitare il maggior numero di soldati a pilotare i droni, soprattutto quelli cosiddetti FPV (Fist Person View)”.
Più complessivamente, come si declina il processo di sviluppo dell’Esercito?
“In primo luogo, come accennavo, abbiamo rafforzato molto un’unità che si occupa proprio di sviluppo tecnologico, e, dunque, di droni nelle varie soluzioni, di AI, di altri apparati digitali. La Marina e l’Aeronautica sono Forze Armate tecnologiche per natura, mentre noi dobbiamo colmare assolutamente un gap in questo settore. L’Esercito deve essere anch’esso tecnologico per poter operare insieme con le altre Forze Armate, perché alla fine l’output della Difesa è unitario e perché sia tale dobbiamo essere tutti quanti nelle stesse condizioni. Così noi dobbiamo avere la possibilità di disporre di un soldato tecnologico, di un soldato che possa operare in ambiente elettromagnetico e cibernetico con la massima garanzia di protezione. Con la consapevolezza che la tecnologia evolve rapidamente che non possono non esserci limiti nei processi di acquisizione, perché quando intercettiamo un cambiamento, definiamo i requisiti e approntiamo nuovi sistemi, la tecnologia ha già fatto ulteriori passi in avanti, in una sorta di rincorsa continua”.
L’obiettivo è anche far arrivare il cambiamento ai giovani, abbattendo la burocrazia
Arriviamo all’intelligenza artificiale: come sta entrando nelle attività dell’Esercito?
“Stiamo cercando di inserirla in tutti gli aspetti dell’organizzazione, in primis nella formazione perché abbiamo bisogno che i ragazzi nelle nostre scuole militari pensino in termini dell’intelligenza artificiale e comincino a utilizzarla. Dopodiché, l’AI sta entrando nei molteplici ambiti delle nostre attività, anche nei vari sistemi di armamento. Fermo restando che il discorso etico sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale è un parametro di riferimento irrinunciabile per noi, nel senso che l’uomo è e resterà sempre al centro del processo decisionale. Non sarà mai l’algoritmo a dover decidere autonomamente circa la vita o la morte delle persone”.
Questo rinvia a un nodo cruciale della guerra tecnologica: chi decide? Il soldato o la macchina?
“Non è una questione solamente italiana: noi, tra i capi di Stato maggiore di Paesi con valori simili, ci confrontiamo su questi aspetti e siamo d’accordo che in caso di eventuale conflitto, sperando che non succeda mai, la prima fase debba svolgersi tra macchine: non vi deve essere asimmetria etica, nel senso di un confronto uomo-macchina, ma un confronto tra robot o, come anche possiamo dire, tra droni terrestri o soldati artificiali”.
La tecnologia convive con lo sviluppo dei sistemi più convenzionali: in che direzione vi state muovendo?
“Abbiamo una serie di iniziative già in corso per lo sviluppo della componente corazzata, della componente pesante della Forza Armata. Abbiamo dovuto incrementare il numero di artiglierie, soprattutto a lunga gittata perché si cerca di tenere il conflitto più lontano possibile dagli esseri umani. Abbiamo poi sviluppi significativi nel campo degli elicotteri perché l’Ucraina, dove sono poco usati, non è il solo paradigma di riferimento: basti pensare al ruolo degli elicotteri nell’operazione “Maduro” in Venezuela, che non sarebbe stata possibile senza il loro utilizzo. E, del resto, dico sempre guardiamo all’Ucraina ma pensiamo anche all’Africa, all’Artico, pensiamo a tutti i teatri operativi di possibile impiego e quindi dobbiamo avere uno strumento che abbia la maggiore flessibilità possibile per adattarsi allo scenario che può presentarsi”.

In questo senso, come sta cambiando il modello di rapporto tra l’Esercito e l’industria della Difesa?
“Fino a qualche decennio fa l’Esercito e l’industria della Difesa erano abbastanza distanti per svariate ragioni. Sulla scorta anche dell’esperienza sul campo delle operazioni di supporto alla pace e delle esigenze individuate dai comandanti si è passati a un rapporto più stretto. Un rapporto che poi è ulteriormente cresciuto e oggi le armi e gli apparati militari vengono sviluppati insieme, nell’ambito di collaborazioni che ci hanno portato alla realizzazione di sistemi sempre più allo stato dell’arte che rispondono perfettamente alle esigenze militari”.
Si registrano riserve sull’aumento delle spese militari.
“In Ucraina, l’industria è al fronte con i soldati. Noi, fortunatamente, non siamo a questo punto e ci auguriamo di non arrivarci, ma dobbiamo essere consapevoli che la priorità deve essere la sicurezza del Paese: una priorità che deve fare premio sui bilanci industriali e che deve essere tale per tutti, non solo per le Forze Armate. Non a caso l’articolo 52 della Costituzione dice che la difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino, non solo dei militari. La collaborazione tra militari, mondo accademico e industria può solo contribuire a rendere lo strumento militare più aderente alle sfide, e il Paese più resiliente rispetto ai rischi del presente e del futuro”.
In più occasioni, lei ha parlato di cambiamento culturale come obiettivo primario del suo mandato: che cosa intende?
“Come ho detto, noi usciamo da circa 30 anni di operazioni di supporto alla pace in cui tutto il personale si è formato rispetto a questa idea. La realtà ci ha un po’ svegliato e ci dice: attenzione, gli eserciti devono prepararsi a fare la guerra. Il che sia ben chiaro non significa che gli eserciti o i militari vogliono fare la guerra: anzi, siamo probabilmente gli ultimi a volerla fare. Solo che noi siamo quelli che si devono preparare a questo rischio, così come i Vigili del Fuoco si preparano a spegnere l’incendio, ma non vogliono sicuramente entrare in una casa che sta bruciando. Questo è il primo cambiamento culturale da realizzare innanzitutto all’interno della Forza Armata”. In linea con la visione espressa dal ministro Crosetto per il quale “la Difesa oggi è l’infrastruttura stessa della nostra libertà: non protegge solo i confini, ma lo spazio cognitivo, i dati e l’autonomia decisionale dello Stato. Senza la tutela del capitale umano e del patrimonio industriale, non esiste vera sovranità””.
Quando mi sono insediato, ho detto subito che le idee non hanno gradi
Quali le conseguenze di questo cambio di paradigma?
“Il cambiamento culturale accennato investe tutta la mia catena di comando, perché i miei Ufficiali si sono formati in un periodo diverso, mentre quelli della mia generazione hanno conosciuto la Guerra Fredda: dunque, i comandanti di oggi devono entrare in un’ottica differente da quella nella quale si sono formati. Poi in particolare c’è l’aspetto fondamentale dei giovani”.
Come far arrivare il cambiamento ai giovani?
“Sono fermamente convinto che senza i giovani non riusciremo a cambiare la cultura dell’Esercito e non riusciremo ad avere un Esercito aggiornato alle sfide che il mondo ci chiede. Da qui la mia spinta al coinvolgimento dei giovani in questo processo: il che non è semplice, perché in un’organizzazione gerarchica è molto complesso farlo, perché noi indossiamo un’uniforme e quindi qualsiasi cosa diciamo, pensiamo, facciamo viene automaticamente messa in relazione con il grado che portiamo. E, non a caso, quando mi sono insediato ho detto, però, che le idee non hanno gradi”.
Come l’ha tradotta in concreto?
“La mia sfida in questi due anni di comando dell’Esercito è stata quella di rendere più corto possibile il link tra il vertice e la base dell’organizzazione attraverso diverse iniziative, a cominciare dall’apertura di caselle di posta elettronica che arrivano direttamente al mio ufficio, una, “meno burocrazia”, dedicata alla sburocratizzazione delle procedure, con la segnalazione delle migliori pratiche, un’altra, “InnovaEsercito”, in cui chiunque può proporre idee di innovazione. Fino ad arrivare a un contest annuale che si chiama “TechCraft” in cui premiamo le migliori realizzazioni innovative. E, da ultimo, a quello che ho ribattezzato “un caffè con il Capo”. In sostanza, ogni volta che posso, dovunque vada, passo mezz’ora con 5-6 giovani sotto i 40 anni: ci parliamo liberamente, senza gradi, e si realizza uno scambio che mi offre continui stimoli per fare cose migliori per l’Esercito”.
1- continua