Blocco di Hormuz, l’allarme di Descalzi: “In gioco l’industria Ue. Stop al bando sul gas russo”

Roma, 13 aprile 2026 – Prima della riapertura dei mercati, con Wall Street pronta a misurare il costo dell’ennesima escalation di Donald Trump in Medio Oriente, l’allarme più netto per l’Italia arriva da Claudio Descalzi. L’amministratore delegato dell’Eni, alla sua quinta recentissima riconferma, sposta il baricentro del dibattito: non è solo una questione di prezzi, ma di sicurezza degli approvvigionamenti, di volumi, di capacità industriale europea. E in questo quadro il manager chiede di sospendere il bando dal 2027 sul Gnl russo e di rivedere, se non congelare temporaneamente, l’Ets che grava sull’industria pesante.

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Un messaggio che, pronunciato alla scuola di formazione politica della Lega, incrocia la sensibilità di Matteo Salvini e di una parte del governo: “La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo – insiste il leader leghista -. O lo cambiano ’sto Patto di stabilità oppure, se continueranno a non sentirci, faremo da soli”.

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Il punto, per Descalzi, è che l’Europa sta affrontando una crisi straordinaria con strumenti ordinari e con un impianto regolatorio pensato per tempi normali. Se dal Qatar mancano 6,5 miliardi di metri cubi di gas, osserva, Eni può provare a rimpiazzarli con Congo, Nigeria, Angola e Stati Uniti. Ma il vero nodo è un altro: come si sostituiscono, in una fase così instabile, i 20 miliardi di metri cubi di Gnl russo che l’Europa vorrebbe tagliare dal primo gennaio 2027? “Io penso – avvisa – che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl che vengono dalla Russia. E suggerirei anche, come sta dicendo il governo italiano, di rivedere anche l’Ets, la tassa su tutta l’industria pesante. Non dico che deve essere cancellata, ma deve essere sospesa oppure redistribuita, per non penalizzare ulteriormente un settore industriale che già deve pagare molto l’energia”.

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E incalza: “Sospendiamo un attimo di darci martellate in testa? Riprendiamo dopo, quando abbiamo l’elmetto! Però per il momento, non continuiamo a farci buchi in testa. Però l’Europa dice no, tanto la testa è vostra”. È una fotografia che riguarda da vicino l’Italia. Perché il Paese, pur avendo lavorato negli ultimi anni alla diversificazione del gas, resta fortemente esposto agli shock geopolitici.

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L’eventuale blocco prolungato di Hormuz non colpirebbe tanto il greggio in sé, né subito le benzine, quanto la catena industriale che trasforma le materie prime e rende disponibili i prodotti finiti. Descalzi insiste infatti sul tema meno intuitivo ma più concreto: il problema dei carburanti non sono soltanto i listini, sono i volumi. In particolare, il jet fuel, il carburante per l’aviazione, che l’Europa importa per circa il 35% dopo aver chiuso in vent’anni 36 raffinerie. È qui che l’emergenza energetica diventa emergenza industriale: senza capacità di raffinazione, il continente dipende dagli altri proprio mentre Asia e mercati emergenti fanno incetta di barili e derivati.

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Il rischio, allora, è doppio. Da un lato ci sono le quotazioni finanziarie: il petrolio già oltre i 100 dollari e i timori di nuovi strappi all’apertura dei mercati, mentre il Fondo monetario si prepara a riunioni primaverili dominate dallo spettro di una crescita più debole e di un’inflazione più persistente. Dall’altro lato c’è il mercato fisico, ancora più nervoso: secondo le indicazioni che arrivano dagli operatori, i carichi in consegna nelle prossime settimane hanno toccato livelli ben più alti dei future, segno che il tema non è teorico ma immediato, quasi materiale. Non basta sapere quanto costerà il greggio, bisogna capire se arriverà, quando arriverà e chi se lo aggiudicherà. Qui entra in scena Trump.

Le consultazioni con il segretario al Tesoro Scott Bessent mostrano che anche a Washington cresce la paura di un effetto boomerang: se la stretta su Hormuz e il confronto con Teheran dovessero durare otto-dodici settimane, a pagare sarebbero Asia ed Europa più degli Stati Uniti, ma nessuno resterebbe indenne. Prezzi energetici più alti, rotte navali più insicure, costi assicurativi e logistici in aumento, catene di approvvigionamento da ridisegnare: è il terreno perfetto per una nuova fiammata inflazionistica. E infatti il mercato teme che l’escalation militare finisca per trasformarsi in una nuova stretta economica globale.