Allarme carburante, l’economista Maffè: “La crescita ne risentirà. Un errore ridurre le accise”

Roma, 13 aprile 2026 – “Questa crisi dimostra che senza autonomia energetica siamo esposti, vulnerabili e ricattabili – spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente di Strategia aziendale dell’Università Bocconi –. Non è solo un problema economico. La sicurezza energetica è un principio di autonomia politica e di libertà”.

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Professore, dopo il fallimento delle trattative con l’Iran, dobbiamo prepararci al peggio?

“Ci sono molti scenari possibili. Se la crisi prosegue, tutto il sistema logistico ed energetico mondiale deve riconfigurarsi. Il processo è già cominciato. L’Arabia Saudita, per esempio, ha riaperto l’oleodotto che collega il Golfo Persico al Mar Rosso, con una capacità significativa che consente di alleggerire di almeno il 14% la strozzatura creata su Hormuz. Il punto vero è che le rotte si allungano, i costi salgono e l’incertezza si trasmette a tutta la catena economica”.

È l’Europa a correre più rischi?

“Per la verità, la chiusura dello Stretto di Hormuz pesa più sull’Asia. Ma questo non significa che l’Europa sia al riparo. Anzi. L’Europa è fortemente esposta soprattutto sul fronte energetico e logistico. E l’Italia, dentro l’Europa, è tra i Paesi più vulnerabili. Basta pensare al fatto che importiamo il 44-45% del cherosene che utilizziamo per il trasporto aereo”.

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Quindi potremmo avere un forte aumento dei prezzi?

“Sì. Non perché il petrolio sparisca improvvisamente, ma perché diventa più costoso da trasportare e da gestire. Lo scenario plausibile è quello di un petrolio stabilmente sopra i 110-120 dollari al barile, con possibili picchi anche superiori. Questo non blocca di per sé l’economia mondiale, ma la rallenta e la rende più costosa. È uno shock dal lato dell’offerta: il petrolio c’è, ma arriva più lentamente e con prezzi più alti”.

C’è il pericolo di una recessione simile a quella del Covid?

“È possibile, ma poco probabile. La recessione si avrebbe se allo shock energetico si sommasse una catena molto più ampia di interruzioni: fertilizzanti, alluminio, materie prime, commercio internazionale in forte frenata… Oggi lo scenario più realistico è diverso: più inflazione, minore crescita, maggiore costo della produzione”.

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L’Italia è più esposta?

“Sì, perché siamo un Paese trasformatore e quindi potremmo avere una doppia pressione: sui costi e sulle vendite. Inoltre, abbiamo accumulato ritardi strategici clamorosi sul fronte dell’energia, rinunciando al nucleare e continuando a opporre resistenze e ostacoli all’eolico e al solare. Poi, però, ci lamentiamo di essere ricattabili…”

In Europa si parla di razionamento dei consumi. È una strada giusta?

“La razionalizzazione intelligente dei consumi è una cosa utile. I razionamenti mal gestiti sono un’altra cosa. E soprattutto sbagliano i governi quando, di fronte a una scarsità, pensano di calmierare artificialmente i prezzi o di ridurre le accise sui carburanti. È una risposta populista, ma economicamente sbagliata. Quando c’è uno shock dell’offerta, il prezzo serve anche a segnalare scarsità e a indurre risparmio. Se abbassi artificialmente il prezzo di un bene scarso, non risolvi il problema: lo mascheri e spesso lo peggiori. Lo spiegava già Manzoni, ne I promessi sposi, quando raccontava della rivolta del pane. Non serve abbassare il prezzo di un bene scarso, ma occorre ridurre strutturalmente la dipendenza da quel bene”.

Non sarebbe utile sospendere il Patto di stabilità per affrontare l’emergenza?

“Se la sospensione serve ai singoli Stati per aumentare il deficit e sussidiare i consumi, rischia di peggiorare le cose. Sarebbe più utile un modello simile a quello dei vaccini durante il Covid: acquisti, fondi e investimenti comuni. Una politica energetica europea abbasserebbe i costi, aumenterebbe l’efficienza e rafforzerebbe l’autonomia”.